Scrivono i Prof

Una scritta rossa sul muro e un silenzio che pesa più di un macigno

Scritto da La cinciallegra il 18 Gennaio 2011.

Una scritta rossa sul muro e un silenzio che pesa più di un macigno

Tutte le parole hanno un peso. Tutte. Anche quelle dette per dirle. Anche quelle scritte magari solo per imbrattare un muro.
E così ho provato ad immaginare il giovane o la giovane che, complice la notte, ha verniciato di rosso il muro esterno dell’edificio “Nievo B”, una delle sedi del Liceo classico e scientifico “XXV Aprile”, adiacente al nostro Istituto, ed ha scritto “ANARCHIA NON VUOL DIRE BOMBE MA UGUAGLIANZA NELLA LIBERTA’”. Chissà se il graffitaro anonimo sapeva che non stava “buttando lì” uno slogan come un altro, ma che ha copiato due versi della “Ballata dell’anarchico Pinelli”, una canzone scritta in seguito alla morte di Giuseppe Pinelli, precipitato il 15 dicembre del 1969 da una finestra durante l'interrogatorio alla questura di Milano, avvenuto dopo la strage di Piazza Fontana.

Chissà se il writer che nottetempo ha preso di mira la parete esterna del “Nievo” conosce il testo integrale della canzone, pubblicata e registrata nel 1970 da Joe Fallisi, ma con l’indicazione “parole e musica del Proletariato” (lettera maiuscola), e diventata in seguito un inno della sinistra extraparlamentare.

Non so a cosa pensassero e che scopo si prefiggessero il giovane o la giovane armati di pennello, mentre mettevano insieme questa cinquantina di lettere in una scritta lunga quasi una parete, ma confesso che mi si è accapponata la pelle, leggendo, a gennaio del 2011, l’intero testo della “ballata”, che a tutto invita, tranne che al ballo. Parole e violenza che speravo che il tempo (e la storia!) avessero cancellato per l’iperbolica istigazione all’odio che racchiudevano e che hanno portato i frutti (marci) che conosciamo. Speranza ingenua, la mia. Nel 2002 il disco è stato stampato come CD e riprodotto integralmente.

Ecco altri versi. Si commentano da soli. “Ma i compagni ti vendicheranno/ "Progressisti" e recuperatori/ Noi sputiamo sui vostri discorsi/ Per Valpreda Pinelli e noi tutti/ C’è soltanto una cosa da far/ Gli operai nelle fabbriche e fuori/ Stan firmando la vostra condanna/ Il potere comincia a tremare/ La giustizia sarà giudicata/ Calabresi con Guida il fascista/ Si ricordi che gli anni son lunghi/ Prima o poi qualche cosa succede/ Che il Pinelli farà ricordar”.

Chi lo sa se chi ha scritto, rossa, la frase sul muro, è al corrente che, in effetti “qualcosa” è accaduto, il 17 maggio 1972! Dopo violente reazioni della sinistra extraparlamentare e di Lotta continua, dopo una feroce campagna mediatica contro il commissario Calabresi (anche da parte del periodico l’Espresso, che, in tre successivi numeri apparsi in edicola a partire dal giugno 1971, pubblicò un appello sottoscritto da numerosi intellettuali, politici e “giornalisti-grandi-firme” di allora e ahimè anche di ora, in cui si sosteneva che Calabresi era responsabile della morte di Giuseppe Pinelli ) la minaccia, fatta anche di lettere anonime e di scritte – rieccole! – sui muri, diventò drammaticamente realtà e il commissario Calabresi fu assassinato davanti alla sua abitazione in Largo Cherubini, a Milano, da un commando di due uomini, che gli spararono alle spalle un colpo alla testa e uno alla schiena. Una donna ancora giovanissima, Gemma, perse allora il marito e si trovò, sola e incinta, a crescere tre figli, orfani prima ancora di avere il tempo di conoscere davvero il padre, riconosciuto innocente da due sentenze della magistratura.

Quelle nove parole sul muro del “Nievo”, solo segni, chissà, di una notturna “bravata”; o trascritte con ignorante leggerezza, semplicemente perché “suonano bene”, e pennellate magari con un colore a caso (o forse anche no), scusate ma a me non possono non richiamare il colore e l’odore del sangue.

Non sono in grado di dire cosa sa, di quegli anni, chi ha segnato di rosso il muro dell’edificio che condivide il nostro cortile. Non so perché l’ha fatto. Quel che vedono i miei occhi è un muro di un liceo, vicino ad altri licei, con parole di cui è necessario recuperare il senso, perché non sono parole “qualsiasi”, non sono parole “neutre”. Hanno un peso, hanno una storia. Prese singolarmente, ma ancor più quando si decide di mettere insieme, in una frase, “anarchia”, “bombe”, “uguaglianza” e “libertà”. E “firmarle” , nel 2011, con una “A” maiuscola, chiusa dentro un cerchio.

A cosa serve la scuola; a che serve aver trascorso cinque anni sui banchi delle elementari, tre delle medie e chissà quanti alle superiori, se non si sono imparati l’etimologia e la storia e il valore e il peso di queste quattro parole? A cosa serve la scuola, se gli adulti che lì siglano un patto educativo insieme ai genitori dei ragazzi loro affidati passano indifferenti di fronte a questa scritta (impossibile non vederla!) e non si sentono provocati, tutti, a fermare il programma e a raccontare chi era Pinelli e chi era Calabresi e il clima di quegli anni tragici e recentissimi per noi, ma evidentemente circondati da un alone scioccamente e pericolosamente affascinante, quasi “romantico”, per i ragazzi nati negli anni Novanta? A cosa serve la scuola; a cosa servono gli adulti, se non san spiegare che anche parole belle, come “libertà” e “uguaglianza”, distorte, son potute, nel corso della storia anche recente, diventare proiettili, e sangue, e vite innocenti spezzate, e mogli, e figli, e genitori distrutti?

Chi lo sa se quella scritta rossa è solo vandalismo espressivo, o provocazione, o uno slogan. Certo qualcuno glielo dovrà pur spiegare, ai ragazzi, che la vita non è un cartone animato dove chi si è beccato, di spalle, innocente, un colpo alla testa e uno alla schiena, ricompare, nuovo di zecca, sulla vignetta successiva. E che la vita non è nemmeno un video-game: miri, spari, ammazzi, ma che importa, tanto sai che il gioco prevede che vengano concesse altre vite, perché in fondo era tutta una finta e volevi solo sfogarti un po’… La storia non è un reality show! La vita non è un gioco!

Chi muore ammazzato non torna più.
Nel libro “Spingendo la morte più in là”, il giornalista Mario Calabresi, primogenito del commissario assassinato nel 1972, scrive: “Ci vorrebbe una sensibilità diffusa, manca un sentire collettivo, e tutto questo non può essere una questione privata. E ancora si fa fatica a pronunciare parole chiare di condanna della violenza politica”.

Già. Perché in un’epoca in cui i ragazzi manifestano (anche verniciando muri) perché i padri e gli adulti e i maestri si manifestino, che fanno gli adulti? Fingono di non vedere. Stanno zitti. Ed è un silenzio che pesa più di un macigno. Oppure accendono fari sui terroristi, offrono loro il tappeto rosso e la scena, affinché, ex-cathedra, pontifichino sugli Anni di piombo, facendo credere di aver condotto una battaglia “ideale” che però non sono riusciti a vincere e proponendosi, dunque, come “modelli” e non come i cattivi maestri che sono.

Non hanno da insegnare un bel niente, i terroristi neri o rossi degli Anni di piombo! E neanche gli istigatori nascosti dietro una chitarra e una “ballata”. Niente, se non la loro cultura della violenza e della morte.

Noi sì dobbiamo insegnare. Insegnare agli studenti il valore della memoria. Insegnare a leggere, a comprendere, a giudicare il reale. Insegnare ai writer ad uscire dal nascondimento, a mostrare la faccia, a porci domande per capire davvero. Per imparare che è ancora possibile distinguere il bene dal male, il bello dal brutto; ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Anche se questa dittatura del nichilismo e del relativismo che tutto appiattisce fa il possibile per negarlo.

Certo ci è chiesto impegno e fatica, perché dovremo fare noi più strada di quella che sanno fare loro – i ragazzi – per raggiungerci, ma se è il muro di una scuola ad essere stato segnato di rosso, è la scuola che deve rispondere. Non basterà la solita pennellata di bianco, come se nulla fosse accaduto.

Dobbiamo insegnare che le parole hanno un’origine, un senso, un valore, una storia, un peso. Tutte. Anche quelle dette per dirle. Anche quelle scritte magari solo per imbrattare un muro.

Ti potrebbero interessare