Scrivono i Prof

Sì book day

Scritto da prof.ssa Luisella Saro il 09 Aprile 2010.

E’ proprio vero: l’albero si vede dai frutti.
Per carità: tutte vere, verissime e preoccupanti, le statistiche che, girando e rigirando il coltello nella piaga, ci ricordano che gli italiani leggono poco e che gli italiani…studenti delle scuole superiori, con la scusa (dicono loro) che già hanno un sacco da leggere “per scuola”, leggono – ahimè – pochissimo.
Se però hai voglia di rischiare e, incrociando le dita per scaramanzia, provochi i ragazzi proprio su questo tema, può capitare che, come un coniglio che sbuca dal cilindro di un prestigiatore, accada una magia.
E’ capitato.


Per noi colleghe di Lettere è stato un veloce passaparola: via mail o due chiacchiere in corridoio a ricreazione. “Proviamo?”. Strizzatina d’occhio e un sorriso. “Proviamo!”.
E così, tra il 25, il 26 e il 27 marzo, ciascuna di noi, nelle classi in cui insegna, ha proposto il “Sì book day”: un’ora (o anche di più) in cui non siamo andate avanti con il programma, non abbiamo fissato verifiche scritte o interrogazioni, ma, insieme agli studenti, abbiamo riflettuto sul piacere della lettura. La lettura “libera”: quella non proposta/imposta dalla scuola.
Protagonista, dunque, il… “coniglio”, che improvvisamente e un po’ inaspettatamente, è sbucato dai cilindri immaginari dei nostri studenti, cilindri che noi (e le statistiche) un po’ in malafede credevamo “vuoti”.
Il coniglio, ovvero il loro “libro del cuore”, raccontato o imprestato ad un compagno, e dono, seppur virtuale, per ognuno. Insegnanti per primi.
Nelle classi, ciascuna di noi ha lavorato come meglio riteneva, dando spazio e sfogo alla propria creatività e, soprattutto, a quella dei ragazzi. E così, in alcune aule si è deciso di spostare banchi e cattedra e di sedersi in cerchio, in modo da guardarsi negli occhi e da mettere anche fisicamente al centro i libri, appoggiati a terra, su una sedia o su un banco.
Daniel Pennac e i suoi “diritti imprescrittibili del lettore”, elencati nel noto saggio Come un romanzo ci hanno dato una mano a sentirci liberi di raccontare senza timore il nostro rapporto con l’oggetto-libro e con la lettura. Nel nostro “Sì book day” nessuno giudicava nessuno e non c’erano matite rosse e blu a correggere errori. Semplicemente, guardandoci in faccia, ci siamo raccontati e piano piano ci siamo “s-velati”. Proprio come fanno i libri.
E così, in alcune classi, ciascuno studente ha imprestato il suo “libro del cuore” ad un compagno, magari sorteggiato a caso, come con la speranza (certezza?) nel cuore che da quel libro prestato, che in fondo è un pezzetto prezioso di sé, potrà nascere un legame più forte anche tra compagni che, pur trascorrendo tante ore insieme, magari si conoscono poco.
I ragazzi hanno raccontato come scelgono il libro da leggere, come lo trattano (oggetto prezioso da non violare in alcun modo, oppure “mal-trattato” con sottolineature, “orecchie” e scarabocchi, come se solo così si possa avere la sensazione che davvero sia diventato parte di sé).
Ci siamo chiesti se amiamo regalarli agli amici e, in quel caso, come ci orientiamo in libreria (è il nostro gusto a prevalere o, nella scelta, pensiamo a chi riceverà il nostro dono e, come regalassimo un profumo – difficilissimo azzeccare! – dobbiamo essere certi che quel libro sia la parte concava della parte convessa che è il destinatario?).
Qualche studente ha raccontato che certi libri, come le canzoni, gli ricordano un momento speciale della vita, e allora è fondamentale che ci sia la data in cui l’ha ricevuto o comprato e/o la data in cui l’ha letto.
Alcuni ragazzi hanno confessato di aver scartato mentalmente tanti libri, prima di arrivare al libro “giusto”, al libro che raccontasse anche un po’ di loro; altri hanno prestato un libro, letto magari alle medie e poi riletto più volte, convinti che le stesse parole e la stessa storia, passano gli anni ma donano emozioni sempre nuove; altri ancora hanno immaginato il gioco dell’isola deserta e serissimamente hanno pensato, avessero un’unica possibilità, quale libro porterebbero con sé.
Le risposte sono tutte preziosissime. Alcune - sono sincera - mi hanno commosso.
Insomma: il nostro “Sì book day”, vissuto con modalità diverse, che – capite bene – sarebbe difficile riassumere in queste poche righe, ha però un denominatore comune.
E’ proprio vero: l’albero si vede dai frutti. E i nostri “alberelli” che tante (troppe) volte diamo pessimisticamente per secchi, abbiamo invece scoperto con stupore che sono pieni di germogli.

Mentre le dita battono velocemente sulla tastiera e rivivi l’esperienza e i pensieri si fanno parole, rifletti, e ti convinci di una cosa importante.
Chi se ne frega dei numeri e delle statistiche!
Di fronte a te, docente, ogni giorno non ci sono numeri, ma esseri umani unici e irripetibili. “Alberelli” che crescono se te ne prendi cura, se li irrighi con sollecitudine e costanza e se vengono illuminati dal sole che, inutile negarlo, è “altro” (“Altro”?) da te.
Sei dunque tu, insegnante miope e astigmatica e dunque occhialuta, oppure, più semplicemente, distratta, che non sempre ti accorgi dei germogli che spuntano. E dei fiori. E dei frutti.
Anche se non li vedi, o li scorgi appena, il tuo cuore però ti suggerisce di aver fiducia: ci sono.
E così, quando sbocciano, provi lo stesso stupore-bambino che hai provato a marzo, vedendo le prime violette in giardino.
La sera, niente. Dormi, e la mattina dopo…una meraviglia da prendere la macchina fotografica e immortalarle.
Un dono.

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