Scrivono i Prof

Professoresse democratiche*, una categoria dello spirito

Scritto da prof B. il 11 Gennaio 2017.

Professoresse democratiche*, una categoria dello spirito

Quando vedo un foglio in bianco, una verifica non svolta, la prima cosa che faccio è mettermi in discussione. In fondo, sono io l’adulto. Io sono qui per imparare.

“Quando vedo un foglio in bianco, una verifica non svolta, la prima cosa che faccio è mettermi in discussione. In fondo, sono io l’adulto. Io sono qui per imparare. E senza pretendere, con umiltà, io imparo ogni giorno da questi ragazzi. Soprattutto da suo figlio, signora. Dal suo rifiuto, dalla pagina intatta, dalla rosa non colta. ‘Le rose che non colsi’: lo diceva un poeta turco.”

“Non armeno?”
“Armeno, turco… Lo diceva Costanzo alla tivù, signora! Passo il pomeriggio da una riunione all’altra a ritoccare griglie di valutazione: descrittori, indicatori… Si immagini se ho tempo per i turchi [si sistema il cerchietto]. Ma lei lo sa cos’è una competenza? No? Ah ecco, non mi ci faccia pensare. Il punto è: cosa mi insegna questo bianco? Cosa dice di me, di come ho lavorato? Cos’ha voluto esprimere, con il bianco, il suo ragazzo? Lei lo sa? Cos’ha voluto comunicare al mondo degli adulti (scusi la parolona…)? Davanti alla pagina bianca io, signora, trattengo le lacrime e mi interrogo. In fondo, il bianco è la somma di tutti i colori. E il silenzio...”
“Mio figlio tace?”
“Solo se interrogato. Il livello di socializzazione della classe è eccellente, non si preoccupi. Abbiamo lavorato a lungo su questo. La socializzazione è la prima cosa. Il rapporto con i pari, giusto? Perché si cresce con gli altri, non a legger libri da soli in cameretta. E noi adulti non dobbiamo disturbare. Dicevo, del silenzio, che contiene tutti i suoni…”
“I suoni?”
“I suoni. O le emozioni. Ma i suoni, le emozioni, che differenza fa? Io mi emoziono quando ascolto i suoni del silenzio di suo figlio. È un silenzio che è un grido, il suo, uno squarcio sulla tela.”
“La tela?”
“La tela. Non c’erano, una volta, quelli che squarciavano le tele? I futuristi, i qualunquisti… Ma lei non guarda Fabio Fazio alla domenica? Io lo guardo, dopo le griglie. E penso ai miei ragazzi. Ai loro silenzi, al non detto, alle pagine bianche… E mi piacerebbe fossimo lì, fra il pubblico, io e loro, insieme. A emozionarci, a piangere, a portare una rosa. In una parola: a imparare.”
“A imparare?”
“A imparare, signora! Senza la presunzione del professore che spiega in cattedra. E cosa spieghi, professorone? Le date? Le datone? Mi vien da ridere… Ma lei l’ha visto il papa che si misura le scarpe? Son finiti i tempi del Re Sole, anche a scuola. Il Re Sole che pretende! Il Re Sole che interroga! Che è la fonte del diritto! Che è al di sopra delle griglie! Ma cosa devon fare, questi poveri ragazzi? Portarci le scarpe, magari d’oro?”
“Le scarpe no. Ma due date…”
“Con le date non si va in Europa, signora. In Europa si va con le competenze! Ma lei lo sa quante riunioni ci siamo fatti sulle competenze? Allora, senta me: sono finiti i tempi del saper fare e saper essere… Ma quale saper essere? Saper essere uno studente che ripete la lezione del maestro, le date, il poeta turcomanno: ma che bravo! Vuoi un biscottino?”
“E mio figlio?”
“Lavoreremo sull’autostima, non c’è bisogno d’altro. E l’Europa, cara, aspetterà.”

*L’espressione, che si deve al politologo Edmondo Berselli, è unisex (come si diceva una volta), cioè vale indistintamente per maschi e femmine, professori e professoresse.