Scrivono i Prof

Leggere mi aiuta a vivere

Scritto da prof.ssa Luisella Saro il 29 Marzo 2010.

Un giorno sono entrata in classe, ho salutato, ho preso il gesso e, in silenzio, ho scritto alla lavagna questa citazione di un anonimo: “La biblioteca è il luogo ove i morti aprono gli occhi ai vivi”.
E’ rimasta lì un po’, silenziosa pure lei, mentre compilavo il registro.

Gli studenti, lo ammetto, mi guardavano perplessi (spesso, ora che ci penso, mi guardano perplessi. Che debba preoccuparmi?).
E’ passato qualche minuto, poi ho chiesto loro che dicessero ciò che pensavano di quei segni bianchi su fondo nero e così si è rotto il ghiaccio. E’ stata una delle lezioni più belle che ricordi.

E’ stato bello, perché è stato come ricordarci il senso delle ore di Letteratura italiana in cui insieme gettiamo un ponte tra ciascuno di noi, la nostra umanità, e l’autore che abbiamo di fronte, ma, aggiungerei, è stata anche un’ occasione per “ri-accordarci”, sia nel senso di “rimetterci d’accordo” sulla rotta da seguire, ma anche nel senso musicale del termine: “ritrovare una sintonia”.
Abbiamo parlato della lettura, ma soprattutto del piacere della lettura. E ciascuno ha detto la sua, magari uscendo timidamente allo scoperto e svelando che, in realtà, lui, quel piacere che sentiva entusiasticamente raccontare da altri, non aveva mai avuto la gioia di provarlo.

Poi il discorso si è giocoforza allargato al programma scolastico e al fatto che certi autori “non si scelgono” ma “sono imposti” dalla scuola e che su quegli autori ci saranno poi interrogazioni e prove scritte. Come è possibile provare piacere leggendo poesie, racconti o romanzi che “odorano di scuola”?
Ricordo che ci siamo fatti una bella risata, riflettendo che, in realtà, la scuola non ha un SUO odore, ma semmai il profumo di coloro che a scuola trascorrono le mattinate. E sono profumi dolci, o frizzanti, o acri, o un po’ amari (quando abbiamo la luna storta, o un problema ci rode…). Se a volte c’è “odore” e tocca aprire le finestre, è perché sudiamo quando ci è chiesta fatica, o perché siamo ansiosi per un compito o una verifica orale. Qualcuno magari si lava poco (per par condicio mi riferisco sia ai docenti, sia agli studenti), ma questo è un altro discorso…
Sono comunque profumi e odori della vita.

La scuola, senza studenti e senza docenti, è il nulla. Non ha odore né sapore. E’ sorda muta cieca.
Abbiamo capito che a scuola un po’ di fatica si fa (come si fa fatica ad imparare uno sport, o a suonare uno strumento), ma abbiamo anche capito che ha proprio ragione Tzvetan Todorov, che nella sua opera La letteratura in pericolo, così si è espresso: “Quando mi chiedo perché amo la letteratura, mi viene spontaneo rispondere: perché mi aiuta a vivere. Non le chiedo più, come negli anni dell’adolescenza, di risparmiarmi le ferite che potevo subire durante gli incontri con le persone reali; piuttosto che rimuovere le esperienze vissute, mi fa scoprire mondi che si pongono in continuità con esse e mi permette di comprenderle meglio. Più densa, più eloquente della vita quotidiana a non radicalmente diversa, la letteratura amplia il nostro universo, ci stimola ad immaginare altri modi di concepirlo e di organizzarlo. Siamo tutti fatti di ciò che ci donano gli altri: in primo luogo i nostri genitori e poi quelli che ci stanno accanto; la letteratura apre all’infinito questa possibilità di interazione con gli altri e ci arricchisce, perciò, infinitamente. (…) Al di là dall’essere un semplice piacere, una distrazione riservata alle persone colte, la letteratura permette a ciascuno di rispondere meglio alla propria vocazione di essere umano”.
Devo necessariamente deviare per un attimo dal discorso, perché, letta quel giorno in classe la quart’ultima parola della citazione di Todorov, ricordo che ho dovuto tranquillizzare gli studenti perché -ma non è colpa loro- parole come “vocazione” evidentemente non vanno più di moda e “sanno di chiesa”. (E ridagliela! Come se anche la chiesa, oltre che la scuola, avesse un suo “odore”… Che pensino all’incenso?).

Insieme siamo andati all’etimologia del termine ed abbiamo capito che non riguarda solo i sacerdoti o le suore , ma che semplicemente, derivando dal verbo latino “vocare”, che significa “chiamare”, è la ricerca inevitabile che ciascuno, più o meno consapevolmente, compie nella vita per scoprire quale sia il suo posto nel mondo. Chi scrive (sposata con due figli) evidentemente un giorno ha scoperto di avere la “vocazione” dell’insegnante (ma anche della moglie e della mamma…). Ed è ben felice di aver risposto “sì” alla chiamata del suo cuore e di aver dunque trovato il suo “posto nel mondo”.

Torniamo a Todorov, cioè alla lezione di quel giorno, cioè alla Letteratura.
Posto che, confrontandomi con gli studenti, abbiamo capito che né loro, né, in fondo, la sottoscritta, siamo degli “specialisti” e che dunque non leggiamo le opere per “sezionarle” alla luce di chissà quale metodologia di ricerca, l’unica strada possibile per “provare gusto” anche se, professori, si rispiega per la millesima volta lo stesso testo a persone ogni anno diverse e, se allievi, quel testo “tocca leggerlo”, è dunque trovare, nell’opera in prosa o in poesia che abbiamo di fronte, un significato che consenta di comprendere un po’ di più l’uomo e il mondo, per scoprire una bellezza che renda più ricca la propria vita. La conoscenza della letteratura e, più in generale, la lettura (mi riferisco anche a quella fatta per puro piacere, e cioè senza verifiche scritte e/o orali) può rappresentare, in questo modo, una delle vie maestre che conducono alla realizzazione di ciascuno.
Provare per credere.
Noi, da quel giorno, abbiamo deciso di provarci insieme.

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