Scrivono i Prof

La seconda elementare non mi piace: aderirò al bolscevismo!

Scritto da Prof. B il 07 Giugno 2011.

“Libertà vuol dire avere la possibilità di educare i propri figli liberamente, e liberamente vuol dire non essere costretti a mandarli a scuola, in una scuola di Stato, dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare princìpi che sono il contrario di quelli che i genitori vogliono inculcare ai loro figli, educandoli nella loro famiglia”. Queste le parole che, in un soprassalto di autocoscienza, mi sono riecheggiate nella mente alcuni giorni fa.

Al notiziario di mezza sera, le telecamere stavano inquadrando un signore azzimato: importunava un giovane amministratore di colore, presente con lui a un consesso internazionale. Impossibile ricostruire il discorso del primo; facile, invece, decodificare la replica del secondo, pur in assenza di sonoro. Tradotta dall’inglese-americano, essa suonava così: “Ho capito bene? Se acquisto un materasso antiacari in puro lattice di gomma, mi dai un set completo di pentole con triplo fondo in acciaio inox 18/10 e – gratis! – un frullatore a immersione? Solo una cosa: il frullatore posso averlo bianco, che mi si intona con la Casa?”.
Il vivace scambio intercorso fra i due è stato, per me, una rivelazione, un’autentica epifania: le merci sono belle e io sono stanco di esser triste! Tanto è bastato perché diventassi capitalista, se è così che si dice. Certo non lo sono sempre stato, e ora voglio espiare. Come ogni neoconvertito che si rispetti, mi dedicherò a un esercizio, che ben conosce chi di noi abbia frequentato la SIS nella Repubblica Popolare Cinese (i più, in effetti): l’autodenuncia.
Divenni comunista in seconda elementare. Correva l’anno 1976 e si era alla vigilia di importanti elezioni politiche. Un amichetto dell’oratorio (tale Paolino, oggi politologo ad Harvard) così mi apostrofò:
Paolino: “La vedi quella bicicletta?”
Prof B.: “Sì.”
Paolino: “Fa schifo, ma è tua. Se vincono i comunisti, la tua bici diventa di tutti. Anche mia.”
L’argomento ad personam avrebbe dovuto convincermi di quanto fosse perversa una ideologia capace di strappare, a un povero bimbo innocente, il suo catorcio arrugginito. L’effetto fu opposto. Più scaltro dell’improvvido politologo, ragionai infatti tra me: “La mia bicicletta fa schifo, lo concedo. Ma quella di Paolino è nuova. Se la mia diventa sua, la sua diventa mia.”
Di quel periodo esiziale ricordo che la mattina, quando davanti allo specchio mi lisciavo il fiocco del grembiule, rivolgevo alla mia coscienza lunghi monologhi assolutori. “Figlio di un sellaio, non ho tuttavia ricevuto un’educazione ispirata al pietismo. E allora? E’ colpa mia se non sono pallido? Ho le guanciotte rosse e piene come due mele candite. Non sembro nato a Königsberg perché non sono nato a Königsberg. Il punto è che voglio la bici di un altro, e questo è quanto…”. Un giorno, mentre con gesto iconoclasta laceravo irreparabilmente il colletto inamidato, proclamai: “La seconda elementare non mi piace: aderirò al bolscevismo!”. A quel punto, sceso a patti con l’odio di classe che mi consumava, dedicarmi all’insegnamento fu tutt’uno. Confesso che ho inculcato, e in ottima compagnia. D’altra parte, con l’eccezione di Milano Due, le scuole in Italia si somigliano tutte. Fra i colleghi, i più impudenti hanno addirittura il coraggio di spacciare per dimostrazioni del teorema di Pitagora le loro violentissime requisitorie anti-kulaki. Ma è un fatto ambientale: nelle ore di biologia, per dire, si fanno comporre tazebao inneggianti alla confisca delle terre; ad aggirarsi nei corridoi, d’altro non si sente parlare che di inevitabile proletarizzazione della classe media; ogni occasione è buona per disquisire di caduta tendenziale del saggio di profitto, e via delirando.
Ebbene, io non ci sto più! Abiuro quelle idee esecrande, in sintonia con la primavera liberale che sta restituendo a nuova vita il nostro martoriato Paese. Ovviamente, non potendo più insegnare cambierò mestiere.

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