Scrivono i Prof

Il carcere entra a scuola, la scuola entra in carcere

Scritto da prof.ssa Luisella Saro il 19 Febbraio 2014.

Il carcere entra a scuola, la scuola entra in carcere
Vivono dimenticati. Li sentiamo di rado ai telegiornali (fuga rocambolesca da Rebibbia: lenzuola annodate come nei film…) o entrano nelle statistiche del sovraffollamento. Li usano nei proclami della politica: dentro a marcire, buttiamo la chiave! No. Sia operativo il decreto svuola-carceri. Subito!
Numeri. Oppure mostri da sbattere in prima pagina.
Ed è rassicurante quella distanza tra te e loro; tra la tua famiglia, i tuoi amici e quei ladri, mafiosi, assassini. Vite parallele che si sfiorano appena tramite la tivù che a loro racconta un po’ di noi e a noi fa arrivare briciole di loro: gli esclusi.
Poi un giorno di pioggia lo varchi, quel cancello. No, sono undici o forse di più i cancelli, prima di incontrarli, di vedere quei volti.
Si aprono e si chiudono davanti e dietro di te e non importa se le sbarre sono rosse e non nere o grigie come immaginavi. Il rumore della ferraglia, sgronc sgronc, lo senti lo stesso ed è carta vetrata sulle pareti del cuore. Tu sempre più dentro, la normalità sempre più fuori: lontana undici o dodici giri di chiave.
A destra, lungo il corridoio, i segni di un vecchio progetto di arte guidata: hanno proiettato dei dipinti sul muro, poi i detenuti hanno disegnato, pitturato, rifinito. E’ colore anche questo, insieme al rosso delle inferriate.
Cammini veloce dietro la guardia carceraria e guardando quei muri dipinti capisci cosa vuol dire che la bellezza salverà il mondo. E provi ad immaginarli quei giovani uomini, quegli adulti che un giorno han voluto dare colore alla loro prigionia ed hanno lasciato per dopo un segno di sé.
Siamo 71, oggi, per l’iniziativa «Il carcere entra a scuola, la scuola entra in carcere». Ci hanno raccomandato silenzio e rispetto ma non serviva chiedessero: i ragazzi son meglio di quel che pensiamo.
Sono una ventina i detenuti. Ci aspettano in silenzio, seduti, addossati alla parete. Noi prendiamo posto sulle gradinate di questo improbabile auditorium.
Ci si guarda a vicenda: loro di là, noi di qua. Usciremo noi, rifaremo il tragitto contrario: undici o dodici cancelli. Risaliremo in pullman e riprenderemo la strada di casa, di scuola, del mondo.
Rientreranno nelle celle, loro. Alle 11.30.
Un paio d’ore di incontro tra gente che non si vedrà mai più nella vita.
Sono previste tre testimonianze, moderate da Ornella Favero, giornalista, volontaria, direttrice del notiziario “Ristretti orizzonti”: una bella  attività che coinvolge un consistente gruppo di detenuti nella Casa circondariale Due Palazzi di Padova.
Li guardi, li senti parlare e ti accorgi che no: non ce l’han scritto in faccia io sono l’assassino, io il ladro, io il mafioso, io il violento. Potrebbe essere tuo fratello, o un collega, quello lì. Quell’altro assomiglia al compagno di liceo che non vedi da un po’.
Raccontano di sé senza filtri e rispondono a tutte le domande dei ragazzi. La vita prima e dopo la condanna, prima e durante la reclusione. I problemi, l’attesa di uscire, ma anche la paura della libertà.
Nessuno si giustifica, nessuno incolpa la società del suo crimine. Parlano e a volte abbassano repentino lo sguardo. Non è facile raccontare di un coltello che entra nella carne di un essere umano e lo uccide. Di colpi sferrati per rabbia. Di azioni di sangue, violente, che sono scene di vita e non riprese di un film. Non è facile neanche per loro che pur, in galera, devono averne viste e sentite, di storie.
Parlano e ti pare di toccarlo quel dolore che non c’è pena che basti per strapparlo di dosso. Nessuno nasce delinquente: non loro, non noi. E le distanze si accorciano.
Un funzionario di banca racconta la sua storia. Ha ucciso la moglie, U., e il figlio si è salvato per miracolo. Aveva tentato di togliersi la vita anche lui, l’omicida. Rianimazione, un mese di ospedale psichiatrico e ora il carcere. E quel figlio orfano di madre, che viene a trovare chi la madre gli ha tolto per sempre. Ascolto e gli osservo le mani che prendono appunti quando parlano gli altri, quando facciamo domande noi. E’ il bancario che era: ordinato nel vestire, chiaro quando parla, preciso. All’anulare la fede, che è ricordo per sempre di lei. E sul muro della cella – racconta con la voce che trema chi è seduto due sedie più in là, le foto di quella sua famiglia amputata: la donna che ha amato per 35 anni fino a quel giorno del raptus, e suo figlio, e i momenti belli insieme…
Li guardo, li ascolto.
S. racconta che voleva sempre essere il primo, il più forte. Voleva avere l’ultima parola. Quella coltellata l’ha data per orgoglio, e ha fatto fuori un uomo. Ma l’orgoglio ha ucciso lui.
Poi B. Ha cominciato a rubare da minorenne. Motorini, auto, furti nei negozi. Poi le banche. Un’escalation. Non mi bastava mai. Credevo di essere invincibile. Volevo di più.
Cos’hanno nel cuore gli uomini, mi chiedo. Cosa abbiamo nel cuore tutti, se cercando la strada della felicità capiamo solo dopo che cosa non ha funzionato prima. Se possiamo fare tanto male così: agli altri, a noi. E perché ci ostiniamo a fuggire, mi chiedo. A ricordare quel passato che non c’è più e che non possiamo cambiare. O a immaginare il futuro che verrà (fra dieci anni, o di più, la libertà per loro che ci raccontano di sé…) e siamo incapaci di gustare il presente, di viverlo come dono per noi.
Io, qui, sono un privilegiato, mi ha detto C. Un privilegiato perché, lui, un futuro di libertà non ce l’ha. Per lui, ergastolano, la società ha davvero buttato la chiave. Il privilegio che racconta ai ragazzi è che lui, di tempo, ha solo il presente, e viverlo bene è l’unico modo per rispettare la vita. E’ questo che portiamo a casa. Noi che possiamo andare, liberi, dove vogliamo, ma del dono del tempo abbiamo capito poco o niente. E forse anche della libertà.
Ci penso mentre i cancelli si chiudono al contrario, e riguadagno l’uscita, e quella pioggia che lava i pregiudizi e mette a nudo la mia fragilità, che non è diversa dalla loro.
Cammino e mi accorgo che c’è L’Urlo di Munch, tra i dipinti sulla parete. Ma c’è anche Icaro di Matisse. Perché dentro o fuori le mura, il cuore è lo stesso. E’ grido, domanda. E’ nostalgia. E’sete d’infinito. Per loro, per me.

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