Scrivono i Prof

Editoriale di aprile: Tra un'apnea e l'altra

Scritto da La cinciallegra il 03 Aprile 2011.

Qualche volta chiudo gli occhi e provo a mettermi nei panni dei tanti ragazzi che scrivono per questo giornale online. Credo sia bello, per loro, sperimentare la leggerezza che nasce dal non sentirsi “co-stretti” dentro limiti predefiniti.
Il piano tariffario Tal dei tali prevede, gratuiti, cento sms e cento mms al giorno. Gli altri li paghi.
E dunque abbrevi le parole, usi segni matematici, scrivi in “cellularese”, perché i caratteri di un sms, grossomodo, sono 160.
Chatti e devi essere veloce, efficace, sennò l’altro si stanca e si disconnette. Non è più online.
E così su Facebook. Quattromila caratteri per messaggio, mi dicono.
Anche a casa spesso c’è poco tempo. Mamma e/o papà sempre di corsa entrano quando tu esci, o han già pranzato quando, pendolare, rientri da scuola. O devono fare una telefonata urgente, o sentire il telegiornale, o provare a rispondere alle domande del “Milionario” per parteciparvi forse un giorno e magari vincere, chissà…
A volte ci si sfiora appena.
Un po’ come ne “L’avventura di due sposi” di Italo Calvino. Arturo ed Elide hanno turni di lavoro diversi e si “incontrano” solo pochi minuti. Storia di tempo rubato e tempo desiderato, la loro. Un po’ come succede a tanti adolescenti, che a casa, per un milione di motivi, comunicano perlopiù a monosillabi. Frasi epigrafiche. Ritornelli distratti o retorici.
“Come è andata a scuola?”. “Il solito”.
Anche la prima prova all’esame di Stato normalmente richiede non più di quattro o cinque colonne di mezzo foglio protocollo. Sei ore di tempo e pensieri da comprimere. Vincoli spaziali pure per la seconda prova. E poi la terza prova: dodici domande per un totale di 120 righe di risposte.
Non sai, e la grafia torna quella che avevi in prima elementare: gigantesca, ridicola.Vorresti dire tante cose e improvvisamente diventi lillipuziano, perché tu, che quella (quelle?) risposte le sapevi eccome, ti ritrovi una volta ancora a condensare, a disidratare, a mettere sotto vuoto…
Una vita in apnea, insomma, quella degli adolescenti di oggi.
A volte, è verissimo, sono i ragazzi a volerla, a cercarla, l’apnea: quando, auricolari alle orecchie, si isolano, o siedono ore ed ore davanti al computer e con lui si fondono, e diventano un tutt’uno, sparendo in un mondo “altro” fatto di video su Youtube, di musica, di rapporti virtuali con esseri forse virtuali anche loro, o vivi, ma visti mai, che però – gongolano gli studenti – “mi han dato l’amicizia”.
O quando, chiusi in camera per ore, siccome “non è giornata” sono inavvicinabili da genitori fratelli nonni parenti amici conoscenti e se ne stanno sdraiati in silenzio. Forse ad osservare una macchia sul muro, o chissà...
Apnea.
Qualche volta chiudo gli occhi e provo a mettermi nei panni dei ragazzi che scrivono per questo giornale online. Credo proprio sia bello per loro, quando capita, “riemergere”: trovarsi a pelo d’acqua e non dover più trattenere l’aria. E non sentirsi più stretti e co-stretti dentro centosessanta caratteri, cento sms e cento mms, le frasette delle chat, le quattro colonne del foglio protocollo, le centoventi righe della terza prova, le griglie di valutazione, i voti…
Respirare a fondo e poi scrivere. Scrivere. Scrivere quanto si vuole. Scrivere quel che si vuole su quel che si vuole. Scrivere solo (solo?) perché è bello. Scrivere solo (solo?) perché ti pare che il cuore scoppi se non racconti quel che ti è accaduto, o quel che hai “capito”. O la vita.
Scrivere perché hai un’esperienza bella o brutta da raccontare, o qualcosa da comunicare, qualcosa da condividere, qualcosa da chiedere, qualcosa che ti ha fatto riflettere o su cui senti che è urgente riflettere.
Scrivere senza il limite del limite.
Senza necessariamente dover mettere, sopra o sotto, nome e cognome, quando dalla penna esce la pena di un’adolescenza ferita, o travagliata, o negata.
Senza aspettarsi un numero che è il voto su una “prestazione” che deve essere “misurabile” o “certificabile”, come chiede la scuola.
(…Come si può “misurare”, “certificare” LA VITA che esce dirompente, tra un’apnea e l’altra, e diventa lettere, e parole, e frasi, e testi!?…).
Mentre scrivo, penso che per spiegarmi meglio dovrei, forse, pubblicare…l’impubblicabile. E cioè le e-mail lunghe o brevi che sempre accompagnano i “pezzi” che mi spediscono i ragazzi.
Dovrei pubblicarle, per farmi capire, perché spesso sono ancora più belle e più “vere” degli articoli. Dovrei pubblicarle perché ringraziano il LogBelli semplicemente perché esiste.
O, come in punta di piedi, senza far rumore, discretamente svelano “il prima”: da cosa è nato il desiderio irresistibile di mettere nero su bianco ciò che si è pensato, ciò che si è vissuto.
O ritornano su “quello” spunto, durante “quella” lezione che, come un tarlo, si sono portati a casa ed ha continuato a rodere dentro. Oppure ha tolto incrostazioni al cuore. O spalancato finestre. E orizzonti.
O raccontano quanto è bello scrivere per amore e non per dovere.
O, ferite ancora fresche, sanguinano.
Dovrei pubblicarle, se non narrassero “segreti” personali e intimi. E non fossero promessa mia tacita che custodirò quelle parole come doni preziosi e immeritati.
Potessi, però, sarebbe bello pubblicarle, perché ci aiuterebbero a comprendere come e cosa vivono davvero i ragazzi che abbiamo di fronte ogni mattina.
Le e-mail (queste e-mail!), più ancora degli articoli, svelano che, a volte, l’apnea “cercata”, quella che noi adulti fatichiamo a comprendere, può rivelarsi bella e ricca. Un po’ come l’esperienza del sub, che riemerge, provato ma felice, con gli occhi che raccontano cosa gli han lasciato quei momenti indimenticabili di solitudine e di silenzio.
Non fuga dalla vita, ma sfida con se stessi. O ricerca della perla rara, del tesoro nascosto negli abissi del cuore e della vita.

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