Scrivono i Prof

Dum Romae consulitur (Gita a Roma)

Scritto da Prof. B il 12 Marzo 2012.

Dum Romae consulitur (Gita a Roma)
Di ritorno da Roma, fortunosamente scampati alle insidie tipiche del viaggio d’istruzione (dal colosseo in miniatura al coma etilico), i nostri guai cominciano in treno. Alla stazione di Firenze salgono altre truppe cammellate, dirette a Padova e condotte da una bellicosissima amazzone che, messo il piede sul predellino, trova il motivo di una prima rimostranza: a quanto pare, i portabagagli soprastanti i posti da loro prenotati sono occupati dalle sobrie cosucce dei nostri, e devono essere sgombrati all’istante. Ciò comandato, con le froge tremanti madama la marchesa si ritira sdegnata – il volto come una górgone che nessuno può guatare, pena la subitanea metamorfosi in pietra.
Superato lo sbigottimento iniziale, io e la collega del viaggio a Roma chiamiamo a rapporto i nostri reparti, dislocati nelle estreme periferie del vagone. Il consulto non è risolutivo: la prenotazione del posto a sedere – insistono i nostri – non dà diritto eo ipso all’utilizzo del corrispondente spazio soprastante. Dunque la soldataglia è irremovibile e i generali contendono de iure.
Si ribadisce inutilmente che l’ultima parola spetta ai prof. Svanita ogni illusione di un possibile bilateralismo e in assenza di un’exit strategy da parte padovana, io e la collega riflettiamo a voce alta: “O riconosciamo ex ante una parvenza di fondamento giuridico alle richieste della controparte – e allora la soluzione più ovvia sarebbe il parere dirimente di un organo costituzionale; oppure, tentiamo un esperimento di darwinismo sociale che dimostri, a contrario, l’utilità dello Stato di diritto nel prevenire e gestire il conflitto in modo incruento. Tu cosa preferisci?”.
Ma intanto le nostre incerte e faticose elucubrazioni lasciano gli allievi interdetti, impossibilitati ad agire, preda di reazioni paradosse da stress post-traumatico (meteorismo, perlopiù).
Dal finestrino, le immagini di una campagna trascolorante dai toni dell’ocra al bruno (il primo, stagionale accenno di verde essendosi già stinto nel crepuscolo) rimandano alle rovine ammirate, alla caducità delle umane cose, al dolore dell’impermanente (“sunt lacrimae rerum”). E l’inno cangia in elegia…
Richiamati al presente da un sordo fragore (paradosso, come si diceva), comprendiamo che deliberare è urgentissimo.
Qualche buona lettura ci ricorda che l’uomo è un animale mimetico: se due individui manifestano lo stesso desiderio, è possibile che si scateni un conflitto, che il conflitto degeneri in violenza, che la violenza si diffonda contagiando la comunità intera. Tuttavia, qualora non possa scaricarsi sul nemico che l'ha eccitata, la violenza si rivolge a un sostituto. Allora la folla si raccoglie intorno alla vittima e la sopprime: l’omicidio rituale fa sfogare la frenesia da cui ciascuno era posseduto e ciò, sul gruppo, ha un impatto decisivo. La vittima appare ora, contemporaneamente, come l'origine della crisi e come la responsabile del miracolo della sua risoluzione. Essa diviene sacra, proprio perché prodigiosamente capace sia di suscitare la violenza sia di riportare la pace. Da qui la genesi del simbolico etcetera.
Finalmente pronti a riferire agli allievi le nostre succinte spiegazioni (e una via praticabile), ci muoviamo verso di loro animati dalle migliori intenzioni. Ma ormai è tardi: il capro è già stato immolato e tutti se ne cibano fra urla di gioia, canti, e selvagge danze per la ritrovata pace. Più che in treno, sembra di stare in classe. La gita è finita.

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