Scrivono i Prof

Docendo discitur

Scritto da La cinciallegra il 08 Marzo 2011.

Ieri pomeriggio dovevo correggere i compiti degli studenti di quinta. Tipologia B: saggio breve o articolo di giornale. Ho proposto ai ragazzi due tracce tra cui scegliere: una riflessione sul “tempo” ed una sulla “necessità di pensare”.
In studio, di sottofondo, “La Moldava” di Smetana. I miei studenti mi conoscono e sanno quanto amo questo poema sinfonico, che - glielo ripeto spesso - forse meglio di qualsiasi altra musica riesce a raccontarci.
A volte, quando spiego la poesia “I fiumi” di Ungaretti, o il quinto canto dell’Inferno, quando Dante descrive il luogo in cui visse Francesca “Siede la terra dove nata fui/ su la marina dove ’l Po discende/ per aver pace co’ seguaci sui”, esco dalla classe e porto i ragazzi in laboratorio di informatica per fargliela ascoltare. La Moldava è un fiume, ma Smetana, pensando a lei, ha saputo raccontare la vita: dal mistero scaturito dalla sorgente, a quando il fiume sfocia nel mare, immagine del destino infinito cui la vita giunge e - proprio come diceva Dante - trova pace.
Sono abituata a non lasciar passare più di una settimana, da quando fisso un compito in classe, a quando lo riconsegno corretto, e dunque, anche se, col sole che c’è fuori, una parte di me vorrebbe spingermi a fare altro, mi dico che sono pronta. Penna rossa, le note che scorrono, occhi attenti e…via, si comincia.
Leggo, ma quando la penna rossa, nei compiti di quinta, deve sporcare il foglio, ogni volta mi innervosisco. Mi pare un graffio su un dipinto che, ormai, dovrebbe essere “perfetto”. Da ammirare e basta.
E invece, il più delle volte, i compiti ancora necessitano di quei graffi rossi, per giungere ad una loro compiutezza. Oppure paiono le fotocopie l’uno dell’altro, perché tanti studenti ancora non hanno capito che non basta creare un puzzle con i documenti inviati dal Ministero, per fare un buon lavoro... Non basta! Non basta al Ministro, che esplicitamente chiede altro e non basta a me, che conosco i ragazzi da tre anni e so che possono dare “di più”. Ma soprattutto non può e non deve bastare a loro, perché i collage di parole d’altri, in quinta, non servono a nulla, non aiutano a crescere e dunque son fogli sporcati e ore sprecate.
“Dove sei, ‘tu’ del secondo banco, che in questo compito mi sembri il computer di camera tua, capace solo di fare ‘taglia’ e incolla’?”. “E ‘tu’, che siedi dal primo giorno accanto alla finestra…Dove ‘sei’, in questi fogli? Perché hai imbavagliato il cuore? In quale tasca hai dimenticato il senso critico?”.
“Dove avete lasciato, ragazzi di quinta, LA VITA che stavate vivendo fino a quando avete preso in mano la traccia del compito? Mostrate chi siete! Mostrate il vostro volto, che non è una maschera di cartapesta!”.
Leggo e sbuffo e sottolineo in rosso e metto punti di domanda, scorrendo frasi che sembrano tutte uguali o mancano di coesione (…e intanto “La Moldava”, in perfetta sintonia con i compiti che sto correggendo, ma anche con ciò che sente il mio cuore, è diventata cascate impetuose…).
Ad un tratto, mentre sono quasi alla conclusione dell’ennesimo saggio breve sul “tempo”, accade “qualcosa”. Una frase mi colpisce. Mi desta come fosse una sferzata. Sento che devo rileggerla con più attenzione. Devo tornare indietro.
Riflettendo sul “presente”, Francesca, tra parentesi, scrive: “Curioso come una parola che indica una parte del tempo voglia dire anche ‘regalo’!”.
Mi blocco.
E’ un “tra parentesi” quasi sussurrato, il suo. Come fosse una roba da niente, quella che le è venuta in mente, rispetto agli “ipse dixit” che i ragazzi credono di dover citare come argomentazioni alla tesi che hanno deciso di sostenere. Un “tra parentesi” che, invece, è la riflessione più sensata di tutte quelle dei documenti inviati dal Ministero; più sensata di tutto il suo compito e di tutti i compiti dei compagni.
Chissà se Francesca si è accorta della grandezza di ciò che ha intuito, mi chiedo. Certo che sì! Certo che l’ha capito - mi rispondo immediatamente - altrimenti mica avrebbe concluso la frase con un punto esclamativo! La punteggiatura avrà pure un senso…
Ebbene: se il “presente” è come ricevere “un presente”, il presente (il “nunc”, direbbero i latini: l’attimo) è un dono. Gratuità pura. E immeritata.
Vale per lei che l’ha scritto e vale per me che sto correggendo il suo compito.
E allora mi ridesto dal torpore e capisco che quel che mi sta accadendo è la prova della verità del suo “tra parentesi”: esattamente QUEL presente che sto vivendo di fronte al compito di Francesca, con il sottofondo della Moldava che ormai sta per raggiungere il mare, è per me “dono” inaspettato e perciò ancora più gradito, perché mi fa riflettere sulla bellezza e la profondità e le mille sfumature della lingua italiana e sulle infinite analogie che essa ci permette, tanto da svelarci, come in un’epifania, i segreti della vita.
Se ha ragione Francesca (eccome se ha ragione!), penso allora che dovremmo imparare ad accogliere il presente con la gratitudine con cui si accoglie un pacco regalo, ancora prima di aprirlo. Azzardo a dire: addirittura a prescindere dal contenuto. Un regalo è un regalo. Chi te lo fa si presume che ti voglia bene.
Caspita, allora cambia davvero TUTTO!
Sì. A patto che non dimentichiamo più cosa ci ha insegnato Francesca col suo punto esclamativo che racconta lo stupore per la scoperta, ma anche con l’umiltà che hanno solo i ‘semplici’.
E a patto che, di fronte al presente, qualunque esso sia, abbiamo il desiderio e il coraggio di alzare la mano e di dire, sicuri: “PRESENTE! Eccomi! Ci sono!”.

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