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Appunti per una sociologia da ombrellone

Scritto da Prof. B il 30 Luglio 2015.

Appunti per una sociologia da ombrellone

“La Rete è morta, viva la Rete!”… Eppure il giorno di dirlo non verrà, nonostante le attese dei tanti Ludd in sedicesimo che, per sottrarsi al mainstream della comunicazione h24, oggi fanno azione di boicottaggio rifiutandosi di discutere i temi top-trendy su tutti i social; e domani, attueranno forse strategie del terrore secondo il solito, collaudatissimo copione di matrice anarco-insurrezionalista. Inutilmente, peraltro. A loro, tuttavia, vorrei far notare che:

a) I new media stanno finalmente realizzando quel che è sempre stato il sogno di ogni utopismo, anarchico in primis: una società orizzontale, dove ogni gerarchia è abolita e le differenze, che pur rimangono, si stemperano all’insegna di ciò che ci accomuna e che è più forte di ciò che ci divide: l’istinto bruto dell’animale. Prendiamo il caso dei cosiddetti “haters”. Un intellettuale pre-digitale eccepirebbe sul fatto che dare dello stronzo a Umberto Eco significhi prender parte al dibattito culturale in corso.
Classista! Sarebbe come sconfessare il valore simbolico e la sostanza politica del gesto della cassiera che, tirando in faccia al cliente la ricotta freschissima, si mostra consapevole dei propri diritti (“Solo perché sottopagata, credi non possa farti capire che la tua faccia mi fa schifo? E la democrazia, allora?”). Dunque, solo perché hai scritto un paio di libri (Umberto Eco), che io non ho letto ma che mi fanno schifo, credi non abbia il coraggio di darti dello stronzo? Ce l’ho, il coraggio. Tu sei come me (anzi, no: tu sei stronzo). Più cultura di così! (Da sottolineare che nella realizzata società a venire, il riconoscimento dell’uguaglianza e della reciprocità perfette troverà sempre più alimento nella continua osmosi fra reale e virtuale, cassiere e umbertiechi.)

b) I new media consentono di esaudire un desiderio antico quanto l’uomo: quello dell’immortalità, prima scioccamente confinata nell’inconscio collettivo, o demandata alle promesse di qualche religione, ora riconosciuta nel suo status di diritto, ed esigibile come tale. Da sempre, infatti, il genere umano ha coltivato l’illusione di poter sopravvivere alla morte, riuscendovi solo nel caso del cosiddetto “genio”, che lega il suo nome all’opera di una vita. Ecco perciò l’origine di quei grossi tomi, volumi dal contenuto incerto ma che recano in copertina, impresso a chiare lettere, il nome dell’autore (dico l’ Ulisse, le Metamorfosi, il Decameron, e chissà cos’altro). Niente di più faticoso, oltre che impattante sulle scaffalature di casa. Ebbene, quel che un tempo era lecito ai pochi che godevano delle entrature giuste (i “geni”), oggi con i new media è alla portata di tutti: dato un account, si ritwitti il link a un testo di lunghezza congrua. E la posterità è sistemata.

c) I new media hanno rinsaldato i rapporti, e riempito i vuoti di comuni esistenze.
( Da una località di mare. Stanza d’albergo, ore 21.00.)
A: Mi senti?
PROF. B: Ti sento ma non ti vedo.
A: Io ti vedo, invece. E ti sento.
PROF. B: Io vedo solo il tuo avatar. Com’è?
A: Boh, sarà Skype... Ti chiamo su Hangout. Metti giù.

A: Mi senti?
PROF. B: Ti vedo ma non ti sento.
A: Adesso mi senti?
PROF. B: Adesso ti sento. Ma non ti vedo.
A: Devi andare su “Impostazioni” e… (seguono istruzioni).
PROF. B: Adesso ti vedo. E ti sento.
A: Sì, ma sposta il telefono dalla faccia! Vuoi farmi paura?
PROF. B: Così?
A: Beh, ma non così! Sennò non ti sento!
PROF. B: Così mi senti?
A: Sì, ti sento.
PROF. B: Finalmente.
A: L’ho sempre detto io: Google è il top!
PROF. B: Il top.
A: Allora, domani a che ora ti chiamo?
PROF. B: Direi alla stessa.
A: A me quest’ora va bene.
PROF. B: Anche a me quest’ora va bene.
A: Allora a domani.
PROF. B: A domani, allora. Ciao!

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