Incontri e riflessioni

Un viaggio e, nel cuore, una lampadina che si accende

Scritto da Chiara Mazzilli - ex allieva il 03 Settembre 2011.

“Prima di partire per un lungo viaggio, porta con te la voglia di non tornare più”.

Bene. La mia vacanza è finita.
Sono qui in aeroporto con il mio portatile e con ben sei ore di attesa davanti a me, prima di ripartire per Venezia.
Fare scalo a Madrid e aspettare così tanto ti fa guadagnare tempo per lunghi giri ristoratori nei free shops, ma visto che sono le sei di mattina e i negozi sono chiusi e io ho non una, ma ben due valigie cariche di nuovi acquisti, direi che per un po’ mi potrei anche calmare.
E dunque scrivo.
Ma non per passare il tempo, oh no, quello lo fanno gli scrittori da romanzetti da quattro soldi! Io scrivo per me. Che poi lo voglia pubblicare…beh, è un’altra storia.
Sono partita due mesi fa. 
Inutile raccontare degli attacchi isterici per preparare la valigia con abiti invernali (un rifiuto psicologico del freddo, il mio…). Alla fine, alle cinque di mattina, mi sono alzata per recarmi in aeroporto.
Le dodici ore di aereo fino a Buenos Aires sono state le più lunghe della mia vita. Ho terminato due libri, visto tre film e dormicchiato sporadicamente.
Sono arrivata a destinazione alle diciannove e trenta locali, stanca morta.
E’ proprio vero che non fare niente ti stanca più che lavorare!
I primi giorni non sono stati facili. Certo, ero ospite da parenti stretti di mia madre e tutti i ragazzi della casa erano simpatici, ma il senso di smarrimento che mi accompagnava si faceva ogni giorno più opprimente.
Voi direte: questa ormai ha vent’anni; potrebbe darsi una svegliata! Beh, se non si è mai stati abituati a viaggiare per così tanto tempo e così tanto distante da casa, la cosa non è una barzelletta, almeno all’inizio. E non mi vergogno di ammettere che sentivo la mancanza delle mie sorelle. Passati i primi tempi, piano piano ho iniziato a sentirmi a casa. Ogni giorno facevamo delle lunghe escursioni in giro per la città.
C’è da dire che sono capitata durante le vacanze d’inverno, e per fortuna, perché altrimenti le mie cugine sarebbero andate a scuola dalle otto di mattina alle cinque del pomeriggio ed io sarei rimasta “sola”, invece là le vacanze durano ben tre settimane (non è certo un messaggio subliminale…) e ce la siamo spassata.
Non mi soffermerò molto sui posti visitati, che erano tutti belli, bellissimi.
Racconto però una cosa simpatica: ad un certo punto, in accordo con il profondo spirito argentino, mi sono ritrovata nel bel mezzo di una fiera bovina. Io, che se mi rompo un’ unghia faccio venire giù mari e monti, in mezzo alle mucche… Ci penso e rido da sola…
La città è divisa in quartieri, e il quartiere di Palermo è quello che è piaciuto di più al mondo. Ma non posso non parlare de La Boca, forse il più pittoresco. In quest’ ultimo le case popolari sono fatte da resti delle navi che trasportavano gli immigrati da tutto il mondo. La pareti improvvisate venivano poi dipinte da colori vivaci: verde fosforescente, giallo zafferano e azzurri dei cieli più limpidi. Persino i lampioni erano dipinti!
Abbiamo assistito ad uno spettacolo di tango nel mezzo della piazza e la cosa che mi ha colpito maggiormente è l’incredibile spirito tradizionale che hanno gli uomini e le donne di lì.
Certo, anche in Italia teniamo molto alla tradizione, ma la cosa bella era il clima di genuina semplicità che si respirava: ognuno faceva i fatti propri, ma tutti erano in armonia con chiunque. Non potevi non sentirti a casa!
E che dire dei muri? L’ultimo progetto cui ha partecipato la città è stato “1000 metri di poesia” . Detto, fatto, e questi si sono messi a scrivere poesie sui muri. Bellissimo!
In centro, enorme, non mi sono “sfondata” di shopping come avrei invece immaginato, anzi, ho visitato il più possibile: teatri, case, bar pittoreschi…
Certo, la criminalità in città è un problema molto serio e infatti la gente che camminava per le strade non era mai rilassata, ma tesa e scattante, pronta a fuggire al minimo rumore. Consapevoli di questo, i miei parenti hanno deciso di non vivere in centro, ma in un country: una mini città a sé, circondata da mura e con tanto di guardia alle porte. Inutile dire che i ragazzi, così, vengono esclusi dalla realtà, ma almeno evitano il rischio della vita di strada.
Le mie cugine si sono create un “mondo loro”, che però è la vita dentro il country, non quella reale! E così, una delle cose che più mi hanno colpita era che mi accompagnassero interessate nei miei giri per la città. Anche loro la conoscevano poco, perché hanno paura, non si fidano.
Ecco, per quanto bella sia la città, ho capito che non potrei mai vivere lì. C’è da dire anche che sono capitata in periodo di elezioni e che, quindi, gli animi erano tutti in fermento, ma non posso dire di essermi sentita “tranquilla” come mi sento quando mi muovo qui in Italia, anche in città.
Un’altra cosa lampante, e che mi ha fatto riflettere, è la grande differenza tra i poveri e i ricchi; è come non esistesse una “via di mezzo”. Al confine col country c’erano le baraccopoli.
Dopo tre settimane trascorse nella grande capitale, mi sono messa in viaggio per Rosario e là ho trovato ad accogliermi un’altra cugina ventenne e una città completamente occidentale.
Per questo, forse, mi è piaciuta di meno: lì non si respirava molto la tradizione.
Vivevo in centro, in una zona tranquilla e, nelle due settimane trascorse, diciamo che la città e i centri commerciali sono stati adeguatamente esplorati, per non parlare delle discoteche!
Solo facendo tanto shopping come ho fatto, mi sono accorta di quanto poco valga la loro moneta: non ho mai posseduto una tale somma di denaro da spendere inconsapevolmente! Questo confesso che mi ha resa tanto felice, e spiega la seconda valigia che all’andata non avevo di certo!
A Rosario, passato il Rio Paranà, siamo arrivati in un campo dove abbiamo tentato di andare a cavallo. Quando scrivo “tentato” desidero specificare che parlo per me: ho una sintonia fantastica con i cavalli, ma solo quando ho i piedi ben piantati a terra.
Inutile dire che in questo viaggio ho scattato almeno cinquecento foto e che ancora non mi ricordo tutte le parole in italiano (che faticaccia trovare quelle giuste per scrivere questo ‘pezzo’!…).
Insomma: è stata un’esperienza meravigliosa che ripeterei cento e cento volte e – ora posso dirlo - in fin dei conti la mia famiglia non mi è mancata quanto pensassi all’inizio!
La vacanza in Argentina mi è servita per “sbloccarmi” e per accendere quella lampadina speciale che è la voglia di conoscere e che mi auguro si accenda, prima o poi, nel cuore di ognuno. E’indispensabile per vivere!
Pensando al prossimo viaggio….

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