Incontri e riflessioni

"Quel" barcone

Scritto da Angelica Moccia, 1AS il 16 Aprile 2011.

Ero su quel barcone.
Esatto. “Quel” barcone: quello che mi ha fatto rischiare la vita e che ne ha fatte morire molte altre.
A dir la verità non volevo salirci: un sesto senso mi diceva che era pericoloso, ma volevo a tutti i costi tornare a vivere, scappare da quell'inferno che mi obbligava a vedere bambini, donne e uomini a terra, assassinati ingiustamente. Una crudeltà senza senso.
Ero senza famiglia, quindi salii da solo. L'unica cosa che avevo da perdere era la mia vita.
Il viaggio mi pareva non finire mai. Tristi presagi percorrevano la mia mente senza tregua. Mai un momento di pausa, anche perché, non dormendo mai, il cervello non riusciva a “spegnersi” e i pensieri montavano, come le onde.
Il mio vecchio orologio, regalatomi da mio padre all'età di sette anni, segnava le 3.17, ma sapevo che era indietro di un'ora e cinque, quindi erano le 2.12 di notte, quando qualcosa scosse il barcone, quel barcone male odorante, di legno marcio, insicuro e fuori norma.
Sbagliato: niente lo scosse. Fu l'impatto violento delle onde contro il legno di una barca caricata oltre misura. Imbarcavamo acqua e tre ragazzi (o forse ragazze - troppo buio per capirlo - ) caddero in mare. Non si videro più.
Nessuno si pose il problema di dove fossero finiti: eravamo tutti in pericolo, quindi nessuno volle fare l'eroe.
Mancava poco all'arrivo all'isola di Lampedusa; non sarebbe stato giusto morire a poche ore dall'arrivo, dalla salvezza, dalla libertà.
Erano le 8.15, ovvero le 7.10. Con la luce del sole si vide chi c'era e chi non c'era più. Molti non c’erano più…
Fu davvero triste accorgersi che delle giovani vite erano morte per scappare alla guerra, ma la vita è così: a volte segue strade che non comprendiamo.
Eravamo arrivati. Pochi, rispetto ai tanti che si erano imbarcati. Pochi e tremanti di freddo e di paura. Stremati. Eppure salvi, sicuri, baciavamo la terra sporca sotto i nostri piedi lerci.
Ora, dopo sei anni, sono qui, seduto sulla mia scrivania nella mia casa nuova;
ho un lavoro, una moglie e quattro bambini.
Vivo con la felicità negli occhi, sapendo di essere un sopravvissuto, ma con la sofferenza e il rancore nel cuore per aver visto morire centinaia di persone innocenti.
La rabbia si mescola con il dolore. Le lacrime scendono e mi rigano il viso mentre, scrivendo, rivivo ciò che è accaduto su “quel” barcone…

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