Incontri e riflessioni

Quasi mezzanotte

Scritto da Francesca Falcomer, ex-allieva della 5AL, a.s. 2009/2010 il 07 Gennaio 2011.

Quasi mezzanotte, ed il chiarore dei lampioni amplificato dalla neve che si posa senza smettere dalla mattina. In casa tutti dormono. Io no: speravo di poter uscire ma la neve tiene tutti bloccati in casa…ed è così che decido di fare qualcosa che, indubbiamente, verrebbe etichettato da qualsiasi over 35 come stupido, azzardato ed inutile: fuori, a camminare.
No che c’è freddo, no che è buio, no che poi magari cadi e ti fai male e non ti sente nessuno e rimani fino al mattino e chissà cos’altro… Spengo le voci nel mio cervello: smetto di pensare, da ora.
Esco, e l’aria pungente mi prende il naso, i denti, brucia la gola e rende insensibili le guance, si infila nella trama dei pantaloni e nelle maniche del cappotto. Il cane mi guarda, frustrato: non gli pare ci sia giustizia nel rimanersene nel solito giardino mentre fuori c’è un lunapark. Siamo in due a varcare il cancello.
Mi lascio portare dal naso di quel topo troppo cresciuto che saltella nei cumuli, ficca il muso nella neve e starnutisce, assaggia, controlla che sia tutto a posto (o così pare. I gatti normali sono due volte lui, ma non hanno quell’aria tronfia).
Andiamo oltre le zone che conosco, io affondando fino alle caviglie, la neve che si scioglie nelle scarpe, lui con le zampe scomparse nel bianco. Saranno questi angoli nascosti del mio quartiere, saranno le case che hanno appena costruito, i giardini perfetti al millimetro, le luci accese che danno l’idea di negozi chiusi illuminati la notte, la patina di nuovo che ancora non è stata intaccata, ma mi pare davvero un altro pianeta, qualcosa di mai visto. E così camminiamo lungo le strade deserte. Il cane annusa, io guardo tutto con gli occhi che una volta tanto non vedono attraverso lenti di pregiudizio; salto sui mucchi ondulati creati dal vento, calpesto la neve che ricopre tutto come una glassa provando la sensazione che immagino solo i bambini possano avere. Tutto con il sorriso sulle labbra. Cammino senza paura delle mie azioni nelle vie inanimate, rido lasciando strisce e disegni sulla coltre che ricopre auto, cartelli, cancellate, mentre le mani si fanno rosse e dolgono perché le affondo nei mucchi gelati. E ascolto, perché i fiocchi che cadono hanno una loro musica, e sorrido quando scopro che il suono argentino che sento non è di fontana o di campanelli ma di foglie ghiacciate che tintinnano al vento.
Abbiamo intanto raggiunto, io e il mio intrepido compare peloso, il parco. In genere snobbato, adesso è la prima meraviglia del mondo. Il cane mi porterebbe sotto rami con aghi aguzzi, io cerco di deviarlo, ma lui si blocca guardandomi come a dire “Perché?” con tali occhietti depressi che non si può non divertirsi. Scusami, ma io lì sotto non ci passo.
Una, due auto che rientrano a passo lento. Il mondo bianco si è polverizzato, il sogno è interrotto e si sfilaccia, la realtà di tutti i giorni traspare dalla trama bianca. Non c’è ragione, mi dico tornando a casa, di cercare altra meraviglia fuori.

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