Incontri e riflessioni

Ogni circostanza è un'opportunità

Scritto da Autori Vari il 29 Marzo 2020.

Ogni circostanza è un'opportunità

«Mi sembra che potrò facilmente dimostrare la felicita dell’esser solo, se insieme additerò gli svantaggi e gl’inconvenienti del trovarsi in molti, passando in rassegna le azioni degli uomini che questa vita (la solitaria) rende amanti della pace e tranquilli, quella violenti, preoccupati, affannosi. Uno e infatti il fondamento di tutto ciò: questa vita si basa su di un ozio sereno, quella su di una triste attività. [...] dimmi, o padre, quanto valuti tu questi beni che sono alla portata di tutti: vivere come vuoi, andare dove vuoi, stare dove vuoi, [...] in ogni stagione essere padrone di te, e, dovunque ti trovi, vivere con te stesso, lontano dai mali, lontano dall’esempio dei cattivi, senza essere spinto, urtato, influenzato, incalzato; senza essere trascinato a un banchetto mentre preferiresti aver fame, costretto a parlare mentre brameresti star zitto, o salutato in un momento inopportuno, o afferrato e trattenuto agli angoli delle strade [...]

Frattanto, stare come in un posto di vedetta, osservando ai tuoi piedi le vicende e gli affanni degli uomini, e vedere ogni cosa - e particolarmente te stesso - passare con tutto l’universo; [...] dimenticare così gli autori di tutti i mali che ci sono accanto, talvolta anche noi stessi, e spinger l’animo tra le cose celesti innalzando al di sopra di sé [...] È questo un frutto - e non è l’ultimo - della vita solitaria: chi non l’ha gustato non l’intende”.
(Petrarca, De vita solitaria)
 
Dopo 700 anni, ha, Petrarca, ancora qualcosa da dire alla nostra vita, alla vita dei giovani?
Se gli autori non parlassero alla nostra vita oggi, se non suscitassero domande e riflessioni oggi, se non continuassero a pungolarci oggi, bene farebbero gli studenti ad imparare nozionisticamente solo il minimo sindacale per passare all'anno successivo e arrivare al diploma. Invece no.
Due classi terze si sono lasciate interrogare da questo estratto del De vita solitaria e hanno provato a gettare un ponte tra ieri e oggi, tra Petrarca e noi.
Ecco tre riflessioni fra le tante, ma complimenti davvero a tutti, perché in questo momento difficile di emergenza Covid-19 e le restrizioni e le difficoltà che sappiamo, tra cui la didattica a distanza, i ragazzi stanno imparando che ogni circostanza è un'opportunità e che stiamo giocando la vita con le carte che abbiamo in mano. Letteratura compresa.
Prof.ssa Luisella Saro
 
Non usciamo, restiamo a casa!
“Stare come in un posto di vedetta, osservando ai tuoi piedi le vicende e gli affanni degli uomini”. Questa frase di Petrarca mi ha fatto molto riflettere, perché rispecchia la condizione che stiamo vivendo in questo periodo a causa del virus che ormai si è diffuso in tutto il mondo.
Petrarca talvolta sceglie di isolarsi e racconta la felicità e i vantaggi di stare solo, sia per la conquista di una pace interiore, sia per raggiungere la serenità personale e dedicarsi ai piaceri personali, noi invece siamo costretti da un’ordinanza dello Stato. In realtà io non la vedo come una costrizione, ma come una presa di coscienza: dobbiamo rimanere a casa per salvarci e salvare chi ci sta accanto. In realtà è una situazione psicologica molto strana: da una parte rimanere a casa non mi dispiace, perché non mi manca nulla, finalmente posso stare in compagnia della mia famiglia per più tempo nell’arco della giornata e dedicarmi a faccende o hobby per i quali di solito mi manca il tempo. Dall’altra parte, però, a volte mi assale la tristezza: non vedo i miei amici, non posso uscire per una passeggiata e mi ritrovo spesso a pensare. Non che prima non lo facessi, ma ora il mio pensiero è rivolto a questa condizione generale che stiamo vivendo e al profondo senso di sconforto per tutte le volte che sento quante persone muoiono per colpa del virus o per quante persone continuano a fare “la stessa vita” senza preoccuparsi di poter mettere in pericolo quella degli altri. La vita solitaria per Petrarca “rende amanti della pace e tranquilli” e fa dimenticare “gli autori di tutti i mali”, invece, per quanto a me piaccia stare solo ed avere i miei spazi, ora che non posso uscire e frequentare i miei amici a scuola, sentire nel viso il sole di queste belle giornate, andare con il mio cane a passeggio mi provoca un grande senso di ansia. Potrei mai vivere volutamente così, isolato per cercare pace e serenità? Forse sono ancora un ragazzo e non ho bisogno di questo, ho bisogno dei miei spazi ma allo stesso tempo di “vivere” la mia età con i miei amici. Mi domando se la ricerca della solitudine per Petrarca fosse davvero voluta o se invece la cercasse perché stanco ed esasperato da una vita troppo complicata, se non gli servisse per “bonificare” la sua mente, il suo pensiero, la sua anima...
Questo periodo di isolamento mi ha fatto riflettere e spero che una responsabilità condivisa possa essere in grado di dare una svolta a questa situazione. Ho capito, ad ogni modo, che nello stare soli siamo uniti.
Santoni Nicolò, 3EU

Il bene della solitudine e quello dello stare insieme
La solitudine è la condizione di chi è solo per propria scelta o per abbandono da parte delle altre persone.
Petrarca, in questo estratto del “De vita solitaria” racconta la felicità che prova nell’essere solo e afferma che ci sono molti svantaggi nello stare insieme. Queste parole però non si avvicinano a quanto accade oggi, poiché in questa società siamo abituati a stare insieme e l’attuale situazione di emergenza sanitaria lo conferma. Purtroppo molte persone si stanno dimostrando incapaci di rispettare la richiesta di stare a casa, perché le persone fanno fatica a stare per un po’ a casa senza vedere i propri cari, i propri amici e, magari, fare festa. Nonostante anche a me piaccia stare in compagnia, credo però che anche stare un po’ soli con noi stessi faccia bene.
Spesso la solitudine ha un’accezione negativa e con questa parola pensiamo ad una persona abbandonata dal mondo, ma non è così: è importante riflettere bene sul vero significato della parola. “Solo” è una parola che fa un po’ paura, ma, se ci pensiamo, non sempre è per forza una cosa negativa, indica semplicemente una persona non in compagnia. Quando sei da solo puoi fare un sacco di cose che quando sei con altre persone non sempre hai la possibilità di fare. Abbiamo la possibilità di leggere un bel libro, pensare, riflettere, disegnare, scrivere, scoprire nuove cose, contemplare la natura... ma la verità è che non siamo abituati ad apprezzare queste cose come dovremmo.
In questi giorni in cui siamo a casa per l'emergenza Covid-19, anche a me capita di sentire persone che dicono di non resistere più a stare in quarantena perché la solitudine le sta distruggendo, ma questo accade perché non pensano alla quantità di cose che possiamo fare in questo momento e al fatto che dobbiamo cogliere questa occasione. Inoltre dovremmo prendere questa situazione più seriamente, dato che non possiamo decidere noi se stare a casa o no, ma c’è un decreto che stabilisce questa regola e dobbiamo seguirla per il bene di tutti. Se ognuno continua a fare quello che crede, la situazione d’emergenza non migliorerà, continueremo a contagiarci e quindi dobbiamo essere responsabili.
Tornando a Petrarca, c’è da dire però che stare soli di continuo secondo me non è una bella cosa, perché significa non vivere veramente. Tutte le persone che incontriamo nella nostra vita contribuiscono alla formazione della nostra persona, tanto che senza questi incontri probabilmente non saremmo chi siamo ora. Inoltre la vita in società ci fa crescere, ci cambia e ci fa imparare cose nuove, perché, come affermano le teorie della psicologia dello sviluppo, continuiamo a svilupparci per tutta la vita e quindi credo che i rapporti con gli altri siano parte fondamentale di questo sviluppo e quindi della vita.
Petrarca aggiunge che questa vita solitaria ci tiene lontani dai mali e dall’esempio dei cattivi, ma credo che anche conoscere il male possa aiutarci, perché, in questo modo, riusciamo a fare meglio il bene, a riconoscerlo, ad apprezzarlo e poi a volte il nostro male siamo proprio noi stessi e abbiamo bisogno di alcune persone accanto che ci facciano capire che stiamo sbagliando, che certi nostri comportamenti non vanno proprio bene. Abbiamo la fortuna di poter stare a contatto con le altre persone e dovremmo sfruttarla ed apprezzarla perché non tutti ce l’hanno.
Nicola Yoon nel suo libro “Noi siamo tutto” racconta di Madeline Whittier, chiamata Maddy. La ragazza è affetta da SCID (immunodeficienza combinata grave) ed è da quando ha pochi mesi che si trova in uno stato di isolamento forzato poiché la sua malattia non le permette di entrare in contatto con batteri e virus perché il suo corpo non riuscirebbe a combatterli. Vive in casa e osserva tutto dalla sua finestra. Un giorno arrivano dei nuovi vicini e così vede per la prima volta Olly. I due iniziano a vedersi con l’aiuto dell’infermiera di Maddy, mantenendo una certa distanza per non mettere in pericolo la salute della ragazza. Un giorno Maddy decide di fare una pazzia: chiede ad Olly di portarla alle Hawaii perché voleva provare anche lei a vivere la vita come una persona normale, ma dopo un giorno fuori casa si sente male e viene ricoverata. Madeline, dopo alcuni giorni, torna a casa e decide di non sentire più Olly, che dopo qualche settimana si trasferisce a New York. Successivamente viene contattata dalla dottoressa che l’aveva curata a Maui e che le dice che la diagnosi iniziale era sbagliata e che in realtà non ha la SCID. Dopo alcune ricerche scopre che sua madre si era inventata tutto per paura di perderla dopo aver perso il marito e il figlio. 
Questa storia è molto triste, perché è comprensibile il timore della madre di perdere anche la figlia, ma, isolandola, in questo modo le ha rovinato 18 anni di vita che non torneranno più.
Questo ci fa capire che dovremmo imparare ad alternare solitudine e vita sociale e ad apprezzare la libertà di scelta che ci è stata donata, perché in alcune
situazioni particolari vengono a mancare delle cose che talvolta non ci rendiamo conto di quanto siano preziose.
Angela Salvalaio, 3EU
 
La felicità dell’esser solo
Negli ultimi anni si è verificato un enorme calo di contatti diretti tra le persone, ma soprattutto tra i giovani, i quali non usano più ritrovarsi al parco o per una passeggiata, ma preferiscono parlarsi tramite il microfono del computer mentre giocano a “Fortnite” o alla play station in schermi diversi. Separati.
Sarà questo il modo in cui si svilupperà la società? Non possiamo saperlo, ma probabilmente sì.
Oggi come oggi, con la presenza di questo nuovo virus, “Covid-19”, che è giunto improvvisamente e drammaticamente nelle nostre vite, questa sembra l’unica direzione che la nostra società potrà prendere.
Non sono più possibili contatti: strette di mano, abbracci, pacche sulle spalle, distanze inferiori ad un metro e via dicendo; molto probabilmente scompariranno per un po’.
E in una situazione come questa, come fanno le persone, e soprattutto i giovani, a non sentirsi soli?
Forse, innanzitutto, sarebbe il caso di rivalutare la solitudine, e nel fare ciò si può sicuramente ricavare un aiuto dal “De vita solitaria” di Petrarca.
In quest’opera l’autore analizza la felicità dell’esser solo, e spiega, attraverso un confronto, come, mentre la vita solitaria fornisce pace e tranquillità, basandosi su un “ozio sereno”, la vita “in molti” procura talvolta affanni, preoccupazioni e violenze, poiché spesso si fonda su una “triste attività”.
Bisognerà dunque percepire sempre la solitudine come uno stato di pura felicità?
Certo che no: è normale che ci siano dei momenti nella propria vita in cui ci si sente soli, e si vuole semplicemente chiudersi in sé, tuttavia è anche necessario assumere quello sguardo unitario che ci insegnano Dante e San Francesco d’Assisi, ed applicarlo nella situazione in cui ci si trova e, perciò, attribuire un senso a tutto ciò che accade.
Il testo proposto è comunque vicino alla sensibilità giovanile di oggi (e presumo anche di tutte le epoche passate), poiché affronta temi presenti quotidianamente nella vita dei giovani.
Oggi la gioventù si sente costantemente costretta a fare qualcosa seguendo le richieste di genitori, insegnanti, coach, e talvolta anche del gruppo amicale.
Dunque, quando i giovani si chiudono in sé stessi e desiderano stare da soli, magari vogliono semplicemente provare a vivere secondo le proprie regole, scoprire sé stessi, capire chi sono veramente, spesso, però, rendendosi conto di non saperlo fare, perché, come viene spiegato nel libro di Umberto Galimberti “L’ospite inquietante”, nessuno ha mai insegnato loro a farlo, sono sempre stati soli, in preda alle proprie emozioni, ad eseguire ordini, senza che nessuno insegnasse loro l’alfabeto emotivo, o dei valori di riferimento.
Ovviamente non per tutti è così: alcuni giovani hanno qualcuno da cui prendere esempio, altri, invece, si ribellano e pensano di fare la cosa giusta perché non seguono più le regole della famiglia o della scuola, per esempio, ma “se le costruiscono loro” senza rendersi conto, però, di essere completamente in balia di sé stessi, e di seguire, in realtà, le regole di chi li influenza.
Ed ecco così che si può far riferimento agli studi di Freud rispetto l’Es, l’Io ed il Super-io (paradossalmente già ben chiari a Petrarca, come si può notare nel testo preso in considerazione...) trovando un Io che fa molta fatica ad emergere nei giovani, proprio perché, probabilmente, non si sono mai ritrovati in quella condizione di “ozio sereno”, che gli avrebbe permesso di “spinger l’animo tra le cose celesti innalzando al di sopra di sé”, ma soprattutto in momenti di vero silenzio, per conoscere realmente sé stessi.
Personalmente credo che i giovani si sentano soli anche per un altro motivo, ormai entrato a far parte delle nostre vite, ovvero i social media.
Questi ultimi sono sicuramente un importante fattore di comunicazione, soprattutto in tempi come questi, in cui siamo costretti a stare in casa, tuttavia vengono utilizzati principalmente come un passatempo, per occupare quei momenti “vuoti” che in passato venivano riempiti con la parola o una riflessione.
Io stessa mi ritrovo molto spesso a usarli in questo modo e a lamentarmi, in seguito, di non avere tempo per dedicarmi a ciò che voglio veramente.
Ritengo dunque che questo periodo di solitudine fornito dalla quarantena dovrebbe essere valutato anche come un'opportunità, perché, come si afferma nel libro di Spencer Johnson “Chi ha spostato il mio formaggio?”, se il proprio formaggio si sposta, bisogna essere pronti a spostarsi con lui.
Lucrezia Bacchin, 3AE
 

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