Incontri e riflessioni

Mi insegni ad amare

Scritto da Chiara Tonanni Gianni il 29 Marzo 2010.

Caro professore,
ho ricordi di decine e decine di lettere che ho scritto negli anni: momenti di rabbia o di incontenibile gioia che desideravo condividere con qualcuno, ma esse, per la maggior parte delle volte, sono rimaste gelosamente custodite in un cassetto, quasi il solo destinatario prescelto fossi proprio io.
Crescendo, ho imparato il valore delle parole e l’importanza del confronto diretto con le persone. Sta di fatto che, nella maggior parte dei casi, è stendendo nero su bianco i miei pensieri, che riesco ad esprimere più profondamente ciò che penso e che porto nel cuore.

Negli ultimi due anni è nato in me un pensiero piuttosto invadente, che mi tormenta e non mi dà pace e anche se troverà la mia domanda forse un po’ insolita, spero che la sappia stupire ed in un certo senso ‘mettere in crisi’.
Posso immaginare la difficoltà nella quale a volte può incorrere nel trasmettere, con l’insegnamento, la sua passione per la letteratura; quello che ogni tanto mi chiedo è quando mi insegnerà ad amare.
Non vorrei che la prendesse come una critica, anzi, vuol essere solo una provocazione, fresca ed un po’ ingenua, priva di pretese.
Quando i poeti parlano d’amore, mi si spalanca il cuore. Non sempre è un bene, dato che assieme ad esso si aprono un sacco di ferite lontane e profonde; sono però dei momenti talmente inspiegabili, che, quando capitano, mi sento travolta da una lunga serie di emozioni tra loro contrastanti e così, come scrive uno dei miei autori preferiti, Paulo Coelho, mi ritrovo “con un piede nella favola e l’altro nell’abisso”.
Ci sono alcuni passi dei testi poetici che toccano profondamente la mia sensibilità: basta una parola perché la mia mente inizi a vagare libera tra i ricordi, piacevoli o meno, ed ogni volta mi sento cambiata, capisco di aver conosciuto un lato diverso di me, quello che scopre i sentimenti o quello che contempla tristemente un abbandono. Accostandomi di volta in volta a nuovi autori, nuove esperienze di vita e nuovi modi di pensare, mi trovo a riflettere sulla passione che li ha spinti a scrivere.
Il loro era ed è un amore diverso da quello che spesso possiamo concepire noi…
Mi piace immaginare gli occhi lucidi e sognanti di Francesco Petrarca che incrociano solo per pochi istanti quelli di Laura, l’immensità che pervase l’animo del poeta nel momento in cui sentiva la necessità di scrivere per riuscire a sfogare quel sentimento così devastante, fatto di amore e frustrazione, sorrisi e lacrime.
Questa sensazione di vibrante passione è impressa nelle pagine del mio libro.
Sottolineo con un tratto forte e preciso tutte le cose che ai miei occhi diventano speciali, fondamentali, ed ecco che, voltando pagina, le dita incontrano, lungo tutta la facciata, i solchi lasciati dalle annotazioni scritte in fretta, perché la penna ha voluto gelosamente custodire qualche espressione, qualche termine particolare.
Il processo è analogo per quanto accade dentro di me: i pensieri ed i concetti diventano parte del mio essere e così in qualunque momento ho l’occasione di poterli ricordare e di riviverli.
Ammetto che, nonostante tutto, c’è un aspetto di questo modo di apprendere che mi spaventa.
Il sistema scolastico si pone come obiettivo valutare l’alunno in base alle informazioni che acquisisce ed in base al metodo con il quale si applica nello studio delle diverse materie. Lei però, prof., rispetto a questo, mi ha dimostrato, a volte, di voler evadere da quello che è il rigido metodo scolastico tradizionale; l’ha fatto nelle piccole cose e con alcuni gesti un po’ più evidenti.
A volte vorrei che i professori si interessassero di più a cosa dice alla nostra vita tutto quello che ci insegnano, perché credo sia questo il vero indice della maturità di una persona. Le date sono tante, le cose da ricordare anche e sappiamo tutti come una buona percentuale di queste finisca inevitabilmente per essere dimenticata.
Il mio orecchio delle volte vorrebbe sentirsi chiedere, al posto del classico “Esponi i contenuti” di questo concetto, testo o teoria che sia, “cosa dice a te, oggi, tutto questo? Non ti senti vicina a quello che dice, e, se ti senti distante da tutto questo, perché?”.
Sono sicura che in occasioni come queste voi professori potreste conoscerci un po’ di più e soprattutto avreste l’occasione di rendervi conto che sappiamo ragionare sulle cose, farle nostre ed utilizzarle per la nostra vita più di quanto possa sembrare.
Non dovrebbe forse essere questo uno dei compiti principali della scuola: prepararci ad affrontare la vita?
Lo so bene che i particolari, le date, i nomi e gli avvenimenti storici sono importanti, prof, ma la balbettante esposizione della biografia di un autore può dirle solo che ho imparato a memoria tanti numeri (cosa personalmente improbabile, vista la mia poca predisposizione) e che a breve non li ricorderò nemmeno più; non possono però dirle nulla di me, di come mi sento leggendo quello che il poeta ha scritto quasi un secolo fa, quanto riesco a sentire attuali le sue idee che a prima vista sembrano così distanti da ciò che sono.
Provi a chiedermi di Giovanni Pascoli: le parlerei principalmente dell’abbandono, un aspetto che in diversi modi ha permeato la vita del poeta e che per me ha un significato profondo ora come non mai.
La domanda iniziale gliela ripeto, prof, anche se potrà infastidirla.
La prego: lei che qualche volta riesce ad uscire dagli schemi, ci insegni e mi insegni ad amare! La letteratura, il sapere, la vita, la contemplazione delle piccole cose…Quello che vuole, ma lo faccia.
Non è assimilando informazioni che riusciamo ad appassionarci, no! E’ ritrovando nella vita di tutti i giorni quello che è racchiuso nei libri di scuola, quando ti viene chiesto di dimostrare ciò che sai e anche quando devi metterti in discussione, agire; è proprio qui che entriamo in gioco per quello che negli anni siamo diventati: delle persone che sembrano sapere tutto, ma si accontentano della superficialità delle cose, o dei ragazzi in gamba, con una fantasia che li fa viaggiare con la mente anche durante le lezioni. Persone che non sono spaventate dalla vita, perché hanno imparato ad affrontare le cose con saggezza ed a testa alta.
Questa lettera non si aggiungerà a quelle che tengo ancora dentro il cassetto: ci tenevo che proprio lei venisse a conoscenza delle mie idee, per quanto banali alle volte possano essere.
Grazie, prof, perché ci sono stati dei momenti nei quali, nella sua voce e nelle sue spiegazioni, sono riuscita a percepire un po’ di quella passione della quale ho tanto parlato prima.
E’ una cosa che mi fa piacere e che mi ha insegnato una verità importante: i sentimenti forti non sono comuni a tutte le cose che conosciamo e delle quali parliamo. Sembra scontato, ma a volte capita che cerchiamo di dimostrare che tutto, bene o male, ci piace, anche se spesso non è la verità.
La saluto con un pensiero che potrebbe farla sorridere oppure arrabbiare.
Accetto comunque il rischio. La storia non mi piace, non riesco a farmela piacere, non dice quasi nulla alla mia vita e quel poco che mi lascia è racchiuso in particolari che spesso nessuno mi chiede di sapere. Oggi non mi dice ancora nulla, magari un giorno lo farà.
Arrivederci, prof! Questo è l’ultimo anno e spero che le mie parole possano fare un po’ come le annotazioni del libro: ritornarle in mente tra qualche tempo ed aiutarla, se le sembra che qualche ragazzo sia distante da tutto ciò che dice, tanto quanto lo sono stata io l’anno scorso e lo sono ora, quando ciò che accade nella mia vita mi opprime e mi allontana.
Grazie di tutto.
Con simpatia.

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