Incontri e riflessioni

Mamma e papà

Scritto da anonima il 16 Marzo 2011.

Van Gogh, Primi Passi

Nella vita ci sono due persone davvero importanti, al di sopra di tutte le altre: due “soli” che illuminano la tua esistenza. Ti hanno visto nascere, hanno sentito la tua prima parola, hanno lasciato la tua mano per farti compiere il primo passo da solo, seguono costantemente, discretamente la tua crescita. Senza di loro nessuno sarebbe ciò che adesso è, così com’è.

Eppure, alla nostra età, si tende a mettere in evidenza solo gli aspetti negativi di queste due persone: litigi, divieti, imposizione di orari, incomprensioni, richieste negate… E così, molti danno per scontata la cosa più importante: “loro” ci sono, sempre. Nei momenti più belli, come in quelli meno piacevoli.
Molti ragazzi, anzi forse quasi tutti, almeno una volta nella vita l’hanno almeno pensato: “Non vedo l’ora di avere 18 anni per andare via da casa”. I genitori iniziano ad essere “ingombranti” e si ha voglia di libertà.

Eppure, chissà perché, appena sei in difficoltà, appena hai bisogno di un consiglio per le cose che contano, il tuo pensiero, senza volerlo, è subito indirizzato a loro.

Alle 18.30 apro la porta di casa con le mie chiavi, sempre nello stesso modo da un paio d’anni, ma qualcosa è cambiato: ad accogliermi è uno straziante silenzio, accompagnato dal buio e dal vuoto di una casa grande, troppo grande per me sola.
Accendo la luce in cucina e premo il bottone di accensione della tv (magari lei può farmi compagnia).
Il silenzio non c’è più, eppure mi sento più sola di prima.
Solitamente non mi trovo in questa situazione, eppure questa sera la sto vivendo. Sto male.
Prendo una pentola e inizio a cucinare gli spinaci. La carne è già pronta, basta scaldarla. Mangio con l’assente compagnia della tv, poi apro un quaderno (lasciato in disordine in cucina nonostante i continui rimproveri della mamma)  e inizio a scrivere.
Mi mancano i miei genitori! Mi mancano tanto quanto mancano, in modo struggente, ad un bambino il suo primo giorno d’asilo; anzi, forse di più. Eppure è stato proprio il papà a riaccompagnarmi a casa in macchina. Sì, ero con lui. Ma non eravamo soli: c’era anche la sua nuova “amica”. Mi piace, certo: sembra una donna in gamba e sono felice per lui. Io però, dentro quella macchina che mi ha riaccompagnata a casa per anni, mi sentivo a disagio, anche se ho cercato di non farlo vedere. Voglio bene a mio papà e se lui è contento così, lo sarò anche io.
E ora tocca a mia mamma: lei è quella che più di tutti ha il diritto di godersi la sua vita dopo aver trascorso molti anni a “sopportare” tre persone in casa. Ora è a cena fuori con un amico. Sicuramente sarà contenta e, così come voglio bene a papà e sono contenta per lui, lo sarò anche per lei.
Ma ora veniamo a me. Sì, ho parlato di tutti ma manco io. Sono rimasta io. Qui, sola, in cucina. Sola.
E la mia famiglia? Dov’è finita la mia “famiglia”? Non c’è più.
Le persone in carne ed ossa ci sono, è vero, ma  quello che componevano “insieme” no. Non esiste più. E io non ho ancora compiuto diciott’anni…
E ora mi chiedo: “Raggiunta quell’età, lascerei veramente la magia di una famiglia?”.
La risposta è no, perché una famiglia è “per sempre”. Nel “sempre” sono compresi i litigi, le sgridate, le raccomandazioni, i tanto odiati “no”… Sono compresi i sorrisi, le risate e le parole che riempiono ogni giornata nel migliore di tutti i modi possibili.
Perciò, se ne avessi la possibilità, darei qualsiasi cosa per non dover rinunciare a questa “normalità”.
Chi ha la fortuna di vivere ogni giorno questa “normalità”, fatta di tanti momenti belli e di qualche momento di fisiologica tensione, se la goda fino all’ultimo secondo, fino in fondo, perché i litigi e le risate sono comunque simbolo di un “rapporto”.
Io sto sentendo il dolore di un’incolmabile assenza…

(Immagine: Van Gogh, Primi Passi)

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