Incontri e riflessioni

La “Sagrada Familia”, il Tempo e…noi

Scritto da Francesca Falcomer, 5AL il 24 Maggio 2010.

La “Sagrada Familia”, il Tempo e…noi
La Sagrada Familia è uno di quei luoghi che ti fanno sentire davvero piccolo: poterla visitare nel 2010 sapendo che i lavori hanno avuto inizio alla fine del 19° secolo, per poi apprendere che sarà terminata solo fra più di vent’anni, fa un certo effetto.
Fa pensare alle cattedrali gotiche, come Notre-Dame di Parigi, e al lavoro di tutti quegli operai che iniziarono la loro opera senza la speranza di poter vedere finito il loro lavoro, forse consapevoli della limitatezza che ogni essere umano si porta dentro.
È frustrante poter percorrere solo quei pochi metri transennati osservando le attività che scorrono placide: i lavoratori sanno che affrettarsi è inutile e che il loro lavoro procede in maniera direttamente proporzionale alle offerte di denaro dei fedeli, come l’architetto ed artefice Gaudì ha stabilito.
È frustrante per un congegno a orologeria come l’uomo uscire sul sagrato e osservare che, sì, quel nero sulla facciata è risultato della pioggia, del sole, delle stagioni passate, mentre le strisce scure non ci sono nelle zone di più recente costruzione, di un bianco panna che quasi abbaglia.
E, forse, la frustrazione non è altro che paura di morire come qualunque altro visitatore del passato che non ha visto compiuta l’opera.
La cattedrale, da questo punto di vista, non è consacrata ad altri santi e divinità che al Tempo, che nel 2040, a cantieri ormai chiusi, non verrà percepito che come nozione dai turisti a cui verrà detto: “C’è voluto quasi un secolo e mezzo per costruire ciò che sta davanti a voi”.
È facile visitare un luogo senza avere la consapevolezza di ciò che è costato crearlo; vedere la storia passare davanti ai propri occhi è un altro conto.

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