Incontri e riflessioni

La prigione ha scelto me

Scritto da Redazione il 13 Aprile 2010.

E' un' equazione che piano piano inizia a prendere forma: "meno mangio e più sono sola". E' un'operazione perfetta, non le sfugge nulla e tutto si svolge in maniera precisa.
I meccanismi di questi disturbi restano un'incognita fino al loro apice, quando si manifestano agli occhi di tutti.
Il pensiero si focalizza sul cibo, sulle calorie che esso contiene e la mente viene invasa di domande come: "Quante calorie devo bruciare, se mangio questo alimento?", "Quali cibi hanno meno calorie?", "Quanti chili devo ancora perdere?". E mentre ci si ingarbuglia la mente con queste domande che non hanno risposta, si perde pian piano il contatto con la realtà, ci si isola dagli amici, evitando di uscire perché il cibo si trova ovunque e l'idea di dover mangiare qualcosa senza la possibilità di smaltirla immediatamente provoca angoscia.
Ricordo benissimo tutte le rinunce che ho fatto.
Non andavo alle cene di classe, ai compleanni, alle feste: mi facevano paura e invidiavo terribilmente le persone che si divertivano, che non pensavano al cibo in continuazione. L'unica cosa che mi rincuorava è che loro, mangiando, sarebbero sicuramente ingrassati più di me.
Notavo, però, che gli altri cominciavano a preoccuparsi e mi domandavano sempre più frequentemente: "Perché non mangi? Non hai fame?".
Cos'avrei dato per non sentirle più, quelle domande inutili!
Volevo sparire! E così ho fatto.
Credevo di essere felice, di bastare a me stessa, ma mi ritrovavo ogni giorno sempre più sola. La malattia rende infelici, tristi, ma soprattutto soli: soli con mille pensieri, considerazioni, senza risposte.
E' una prigione che protegge dall'esterno, ma non permette a nessuno di entrare o di rompere gli schemi rigidi che si formano nella tua mente; è una prigione che ti porta a condurre una vita monotona, tanto che, se ci sono anche solo delle piccole variazioni alimentari, ti senti obbligato a compensarle in qualche modo.
Nessuno all'inizio si accorse dove stavo gettando la mia vita, forse nemmeno io.
Stavo sottovalutando il disturbo alimentare fino a quando, in un attimo di lucidità, mi sono accorta che non riuscivo più a frequentare né la scuola, né gli amici. Con la mia famiglia il rapporto si era brutalmente spezzato a causa della mia irascibilità. Durante i pasti non riuscivo più a stare con loro. Ero nervosissima.
Desideravo ardentemente rimanere sola, avere tutta la cucina a disposizione e dare libero sfogo ai miei impulsi. Non potevo fermarmi.
Il mio orecchio, però, era sempre teso per sentire i rumori esterni, attento nel percepire se un membro della mia famiglia si stesse avvicinando.
Dopo le abbuffate mi sentivo gonfia, grassa, terribilmente in colpa.
Inizialmente decisi allora di “restringere”. Mi sentivo forte, migliore; non ero più legata alla mia casa, non dovevo più abbuffarmi e vergognarmi di quello che facevo e con la mia nuova strategia i chili iniziavano a diminuire. In un primo momento questo mi appagava, poi iniziai a sentirmi debole, invisibile.
Avevo ufficialmente raggiunto il fondo, tanto che i dottori decisero di ricoverarmi al DCA con la diagnosi di "anoressia nervosa".
Non è stato facile. Sono stata ricoverata otto mesi insieme ad altre 14 ragazze con disturbi alimentari; eravamo controllate da due infermiere e da dietisti, psicologi, nutrizionisti e psichiatri.
Per otto mesi dovevo andare lì alle otto del mattino e tornare a casa alle nove di sera, domenica compresa.
Inizialmente pensavo fosse una tortura, una punizione; ero ostile, ribelle contro le cure. Poi ho iniziato a capire che ero lì per il mio bene, che dovevo ricominciare ad alimentarmi correttamente per riprendere in mano la mia vita ed esserne protagonista. Per volermi bene.
Ho cominciato inoltre ad aiutare le ragazze che erano ricoverate con me. Ho creato legami con tutte loro e anche con le figure che inizialmente ritenevo nemiche, come le infermiere e persino la mia dietista.
Non è stata per niente un' esperienza facile. Ho versato molte lacrime e molte volte ho creduto di non potercela fare, ma ho capito che questa era l'unica strada per combattere l'anoressia: non avere la presunzione di potercela fare da sola, ma accettare di tendere la mano per chiedere aiuto.

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