Incontri e riflessioni

La pista anarchica

Scritto da Alice Tanasso, ex allieva il 04 Dicembre 2013.

La pista anarchica
È da un bel po' di tempo che Calliope non mi stuzzica e, sebbene avverta, impellente, il desiderio di scrivere, spesso mi trovo senza argomenti, per cui mi risulta alquanto difficile delineare un percorso logico da seguire.
Ma ecco che da un po' di giorni a questa parte, l'infinità vorticosa di parole che offusca la mia mente comincia, forse, a prendere forma, permettendomi, così, di concretizzare le mie riflessioni.
In particolare, l'epifania che mi ha portata a scrivere riguarda alcuni avvenimenti relativi all'università che sto frequentando. Da due settimane, gira voce che il nostro rettore abbia preso delle importanti decisioni: una relativa alla riduzione degli appelli d'esame, l'altra relativa alla vendita di alcuni palazzi storici, sedi delle nostre aule e biblioteche.
Premettendo che non è assolutamente mia intenzione commentare dando delle mere opinioni personali, mi preme, invece, riportare l'atteggiamento che hanno assunto i miei colleghi universitari in merito a queste scelte.
Mi sono guardata molto attorno in questi giorni, accogliendo lamentele e commenti di ogni genere da amici e conoscenti, ai quali avrei dovuto ribattere con altrettanta indignazione; invece, me ne sono stata zitta, per lo più imparziale, giungendo ad una sola conclusione: nell'ambiente universitario che sto imparando a conoscere, c'è sempre e comunque l'incontenibile bisogno di essere contrari, di protestare. Ma protestare contro chi, per cosa?
Ci sentiamo in diritto, se non in dovere, di metterci sempre contro a chi comanda, contro chi sta in alto e non ci ascolta, contro un sistema che definiamo poco democratico. Polemiche su polemiche. Parliamo e parliamo, raccogliamo un quarto delle informazioni e ci permettiamo di contestare, di fare i ribelli senza dati alla mano. Non temo le proteste, nemmeno le disprezzo, anzi, credo fermamente che possano rappresentare un punto di partenza per denunciare delle cose che non vanno (protesterei, infatti, più che volentieri contro la riduzione degli appelli d'esame).
Se, però, la protesta viene portata avanti in modo inconsapevole e, cioè, se le persone che contestano sono dei disinformati che parlano per luoghi comuni, ebbene, mi dissocio.
Non c'è nulla di costruttivo in questo, se non il fatto di aizzare degli individui contro qualcosa o qualcuno di cui nemmeno conoscono i nomi; è come presentarsi in battaglia con la spada senza scudo, è come accusare qualcuno senza avere le prove. Sembrano banalità, ma, purtroppo, non lo sono.
Questo episodio è solo un caso empirico, ma è diventato, per me, il pretesto per interrogarmi su qualcosa di più ampio, ovvero quel senso di insoddisfazione che caratterizza la quotidianità di noi giovani. Ci troviamo a vivere in una società che non conosciamo, che non capiamo; una società che non ci piace, che non ci accontenta e contro la quale percepiamo dell'astio. Ma perché?
Sentiamo sempre la necessità di dover cambiare le cose, ma le cose sembrano non cambiare mai. Sentiamo tutto e niente. E, fondamentalmente, ci sentiamo disgregati. Stiamo crescendo senza obiettivi, perché di obiettivi ora come ora non ne troviamo. Tutti parlano: genitori, amici, media parlano, e noi non sappiamo mai quale sia la posizione giusta da prendere. È un baratro questo, che ci destabilizza e che ci rende poco illuminata la strada che, seppure determinati, vogliamo percorrere.
C'è tanta confusione, così tanta, troppa, nella mia testa e nel meccanismo in cui sono inglobata, che non troverò mai una conclusione adatta a questo testo.

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