Incontri e riflessioni

Intervista allo zio Anacleto Montagner emigrato in Francia nel 1947

Scritto da Giulia Montagner il 30 Aprile 2012.

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            Locandina seminario           Zio Anacleto 1956, 2011  
  1) Com’è stato il viaggio?
Il 7 novembre del 1946 sono partito per la Francia. Sono salito sul treno lungo la linea ferroviaria Trieste-Venezia, in località Croce di Musile di Piave (mio paese natio), poiché i convogli non potevano raggiungere la stazione di San Donà di Piave in quanto il ponte sul fiume era stato bombardato poco prima della conclusione del secondo conflitto mondiale nel 1945. Ho viaggiato in treno per 8 ore fino alla stazione di Santhià in provincia di Vercelli. Da lì con altre sette persone, dopo aver pagato 2000 lire, una guida ci ha condotti a piedi, camminando per 7 ore lungo sentieri di montagna, fino alla linea di confine con la Francia. Sempre a piedi abbiamo raggiunto il paese francese di Saint Jean de Maurienne, dove la gendarmeria ci ha fermati e condotti in caserma.
Ci hanno dato del cibo e dopo averci fatto salire su un treno, siamo stati inviati nella città di Nancy dove si trovava un vecchio castello che veniva utilizzato come centro di prima accoglienza per gli immigrati. Il giorno seguente in quel luogo giunsero alcuni incaricati da grandi ditte francesi che richiedevano operai da impiegare nelle proprie aziende. Per riscattare ogni singolo immigrato, la ditta doveva versare alle autorità l’importo di 6000 franchi. Io, avendo avuto contatti con altri italiani già presenti in Francia, venni richiesto dalla ditta “Gilardoni”, di proprietà di un signore italiano, che produceva mattoni e tegole per l’edilizia. Questa ditta aveva sede nella cittadina di Corbeyl Esson a 40 km da Parigi, ed impiegava moltissima manodopera immigrata in quanto i suoi prodotti erano fortemente richiesti perché servivano alla ricostruzione degli edifici parigini bombardati durante la seconda guerra mondiale. Il mio impiego in questa azienda fu quello di tornitore meccanico addetto alla manutenzione dei diversi macchinari. Appena giunto in Francia fui ospitato da altri immigrati italiani che si trovavano in Francia fin dall’inizio degli anni trenta. Dopo qualche settimana il titolare della ditta concesse in uso, a me e ad alcuni altri immigrati, una piccola abitazione. Dopo 12 anni trascorsi presso l’azienda “Gilardoni” decisi di licenziarmi e di avviare un’attività di commercio in proprio. Poiché i moltissimi immigrati italiani provavano una forte nostalgia per il paese natio, per le tradizioni e le abitudini mai dimenticate, iniziai ad importare e vendere in tutta al regione parigina prodotti alimentari italiani. Dopo essermi spostato nella cittadina di Suresnes a 4 chilometri da Parigi, intrapresi insieme a mia moglie Liliana (cittadina francese, figlia di immigrati italiani) sposata nel 1951, una fiorente attività di commercio svolta ancora oggi da mio figlio.
 
2) Quale ricordo hai dell’accoglienza dei francesi e degli italiani già stabiliti in Francia?
Il primo impatto non fu molto rassicurante. Infatti appena scesi dalle montagne e giunti al paese di Saint Jean de Maurienne, un francese si avvicinò ad un mio compagno di viaggio e con uno schiaffo gli fece volare il cappello dalla testa e gli disse: “In Francia non si porta il cappello!”. Io mi spaventai moltissimo ma non potevo certo tornare indietro. In seguito comunque non incontrai grandi ostilità da parte della popolazione francese. Nei primi tempi fui molto aiutato dalla comunità italiana già presente in quei luoghi.
 
3) Come è avvenuta l’integrazione nel paese ospitante?
È avvenuta in modo graduale e senza grandi difficoltà poiché sono riuscito a trovare impiego fin dal mio arrivo e con l’avvio dell’attività di commercio che ho descritto, sono sempre stato molto apprezzato anche dagli stessi cittadini francesi. La possibilità di trovare un impiego rappresenta indubbiamente la via più facile per una veloce  integrazione sociale.
 
4) L’Italia è ancora la madre-patria?
Sì, io sono tutt’ora cittadino italiano.
 
5) Che cosa rappresenta l’Italia per i suoi figli e i nipoti?
Nella nostra famiglia ancora oggi rimane forte il legame con il mio paese di origine e forse anche grazie all’attività lavorativa che oggi porta avanti mio figlio non manchiamo di guardare con nostalgia e riconoscenza all’Italia.