Incontri e riflessioni

Ingiustizia è fatta

Scritto da Elisa Tasca il 09 Novembre 2014.

Ingiustizia è fatta

Il 31 Ottobre 2014 è una data che a molti non dirà niente, ad altri invece ricorderà una pagina buia e dolorosa della cronaca italiana che si sperava avesse un epilogo diverso.

In un paese in cui la sfiducia della popolazione nei confronti delle istituzioni raggiunge livelli esorbitanti tutto ciò che resta è la giustizia: tutti i cittadini in un paese democratico se subiscono un torto devono poter chiedere giustizia e devono poter ottenere giustizia in tempi ragionevoli e adeguati. La garanzia della giustizia è uno degli elementi cardine della cosiddetta “Rule of law” o “Governo della legge”, uno dei tre principali indicatori della qualità di una democrazia.

Esattamente il 31 ottobre 2014 nel nostro paese si è derogato al principio “La legge è uguale per tutti” con una sentenza della Corte d’appello di Roma, relativa alla tragica vicenda di Stefano Cucchi, alla quale in molti stentano ancora a credere: assolti tutti gli imputati per assenza di prove. Con poche parole è stata cancellata la sentenza di primo grado, è stata negata giustizia ai familiari della vittima e alla vittima stessa e si è inferta un’altra profonda ferita nella vita dei familiari di Stefano. Se medici, infermieri e agenti penitenziari non sono i responsabili della morte del giovane Cucchi, chi è Stato?
 
Oltre al danno, pure la beffa. Al termine della lettura della sentenza due degli imputati hanno mostrato con soddisfazione il dito medio ai familiari della vittima: una mancanza di rispetto assoluta che mi porta a credere con fermezza che le istituzioni siano lo specchio della società che le ha legittimate.
 
Nonostante le infinite polemiche, nonostante gli incredibili errori commessi durante le indagini, nonostante l’apparente assenza di prove rimango della convinzione che Stefano Cucchi è morto di carcere e che si è verificata un’autoassoluzione dello Stato, il quale a causa della sua inerzia, della sua inefficienza e del suo pressapochismo non ha garantito giustizia al giovane uccidendolo ancora una volta. È raccapricciante e imperdonabile il fatto che la più grande sfortuna di Stefano Cucchi sia stata quella di essere stato trattenuto da degli ufficiali dello stato e di essere stato rinchiuso in un istituto penitenziario che dovrebbe avere il compito di rieducare i detenuti, non di ucciderli.
 
Risuonano insistenti nella mia mente le parole che Fabrizio de Andrè cantava nella canzone “Don Raffaè” che risale agli anni ’90 ma le cui parole, ahinoi, sono sempre attuali:                  
“Prima pagina venti notizie
ventun’ ingiustizie e lo Stato che fa?
Si costerna, s'indigna, s'impegna 
poi getta la spugna con gran dignità”
 
E ancora una volta ingiustizia è fatta.

Ti potrebbero interessare