Incontri e riflessioni

"Il carcere entra a scuola, la scuola entra in carcere"

Scritto da Redazione il 24 Febbraio 2013.

I testi che seguono sono stati scritti da alcuni studenti che hanno partecipato al progetto"Il carcere entra a scuola, la scuola entra in carcere"  che prevedeva un incontro a Portogruaro ed uno al carcere "Due Palazzi" di Padova. Prof.ssa M. Castellana

Personalmente ho sempre creduto che una realtà come il carcere fosse molto lontana da me, ma grazie a questo progetto ho potuto conoscere una realtà  diversa dalla mia.
Ascoltando le varie storie dei detenuti ho capito quanto sia facile sbagliare e quanto valore abbia la libertà personale.
Penso che tutti nella vita commettono errori , ma ciò che conta è la voglia di rimediare, di imparare dai propri errori e credo che un’attività come quella della Redazione del Carcere di Padova sia utile per far riflettere i detenuti e per farli reintegrare nella società dando loro una base per un nuovo inizio.
Sono convinta che l’attuale situazione delle carceri italiane sia molto precaria a causa della cattiva organizzazione e ciò comporta gravi problemi, come il sovraffollamento, ma credo che l’attività della redazione dovrebbe essere svolta in più Istituti penitenziari in modo da aiutare in maniera concreta i detenuti. Ovviamente chi sbaglia, chi commette errori a danno del prossimo deve ricevere una pena, che miri a rieducare il condannato, non a punirlo. La pena, a mio parere, deve essere utile e deve avere lo scopo di far capire lo sbaglio che si è commesso e quindi di rieducare il carcerato.
Nancy, 4CS
 
Circa sessanta studenti hanno partecipato all’incontro del progetto “il carcere entra a scuola, le scuole entrano in carcere”. Si è discusso sul sistema carcerario, su come sono le condizioni di vita dei detenuti e si è confrontato il punto di vista di chi vive il carcere sulla propria pelle e chi, invece, si trova, all’esterno. Un punto sul quale abbiamo riflettuto molto è se i loro racconti hanno una sorta di giustificazione e sono proposti con troppa naturalezza . Personalmente non credo che cerchino delle scusanti, poiché il male che i gesti di chi è detenuto ha prodotto al singolo individuo, alla società e al nucleo familiare non ha alcuna giustificazione; raccontando come sono arrivati a compiere un reato fanno capire meglio come si può scivolare  lentamente in comportamenti sbagliati, a volte quasi senza accorgersene. Condivido pienamente l’idea dell’organizzatrice del progetto, Ornella Favaro, la quale si è chiesta se ha più senso un carcere chiuso dove le persone scontano la pena fino all’ultimo giorno (da lì usciranno sicuramente più asociali e irrispettosi delle regole), oppure se è meglio un società che lavora sul recupero e il reinserimento sociale, e dopo il tempo della pena restituisca alla collettività una cittadino capace di rispettarne le leggi e di convivere civilmente.
Non è giusto giudicare chi si è macchiato di un reato, perché nessuno è immune dal male.
Lireta, 4CS
  
Personalmente posso dire di essere contenta di aver partecipato ad un progetto di questo tipo in quanto mi ha fatto riflettere su un argomento che da sola non avrei mai approfondito.
Collaborare con l’associazione di volontariato “Ristretti Orizzonti” mi ha fatto capire e conoscere le realtà dentro i carceri italiani e in qualche modo cambiare idea su quale dovrebbe essere lo stile di vita di tutti i detenuti.
A mio parere questa associazione è molto utile anche agli stessi detenuti, perché permette loro di riflettere sul reato commesso e di ricevere una rieducazione.
Un’altra riflessione che vorrei fare riguarda la volontaria Ornella. Da molti è stata contestata ed etichettata come “la giustificatrice”; secondo me innanzitutto ricopre un ruolo importantissimo all’interno dell’associazione e non si trova in una posizione facile, perciò il suo comportamento è dovuto al senso di protezione che ha verso i membri dell’organizzazione; in secondo luogo non giustifica i detenuti, bensì vorrebbe che tutti avessero un’occupazione all’interno del carcere.
L’ultimo incontro è stato il più significativo in quanto abbiamo potuto toccar con mano tutto quello che precedentemente avevamo analizzato a scuola. All’ inizio dell’incontro in carcere mi sono trovata in difficoltà al punto da sentirmi in soggezione nel momento in cui mi capitava di incrociare lo sguardo di alcuni detenuti.
Giorgia, 4CS
  
Questo progetto, svolto da tutte le quarte dell’Istituto Marco Belli di Portogruaro, è stato per me -  e penso anche per molti altri - molto significativo. Nella conclusione, con la visita al carcere di Padova, ho compreso che la vita, la voglia di vivere, si può perdere in qualsiasi momento. Ascoltando, ma soprattutto guardando negli occhi di quei detenuti il dolore, il pieno smarrimento di loro stessi, è stato toccante. Hanno commesso dei reati molto gravi, coinvolgendo e togliendo la vita ad altre persone completamente estranee, ed è giusto che scontino una pena. Non penso sia giusto però che, all’interno del carcere, vivano il sovraffollamento. Celle che possono ‘ospitare’ una persona ne tengono almeno tre. Non tutti hanno la possibilità di lavorare e studiare per evidenti problemi di spazio. Ecco, l’unica cosa che mi ha colpito del carcere è stata questa. Non si è ancora riusciti a risolvere questo problema. Per il resto è stato molto emozionante sentire e vedere da vicino la realtà che ci circonda tutti i giorni e che molto spesso sentiamo solo al telegiornale.
Sheila
  
L’incontro fatto in carcere mi ha colpito di più rispetto a quello al "Da Vinci". Ovviamente rendeva meglio l’idea di come vivono i carcerati e di cosa vengono privati. Prima di visitare il carcere e di ascoltare le storie dei detenuti avevo un’idea molto dura di come dovessero scontare la pena, ovvero stare chiusi in cella senza poter uscire e far niente. Poi mi sono resa conto che un’attività, come quella della signora Ornella, permette ai detenuti di riflettere su quello che hanno fatto e di capire che hanno fatto del male. E’ giusto che chi commette dei reati venga messo in carcere e sconti tutta la pena, ma deve essergli data la possibilità di essere rieducato e questo di sicuro non si ottiene tenendolo chiuso in cella 22 ore al giorno. Per poter rieducare tutti i detenuti e permetter loro di svolgere delle attività bisognerebbe prima risolvere il problema del sovraffollamento, ad esempio rimpatriando tutti gli immigrati clandestini e applicando nel modo giusto le leggi.
Ilaria
  
Tutte le classi quarte del liceo Marco Belli hanno svolto un progetto riguardante il carcere. Personalmente ho trovato molto interessante questo progetto perché siamo riusciti ad avere un dialogo con i detenuti del carcere di Padova “Due Palazzi”.  Per prima cosa ogni detenuto ha raccontato la propria esperienza per la quale è finito in carcere e dopo questo ogni ragazzo era libero di porre delle domande ai detenuti.  Ascoltando le domande che gli studenti fecero ai detenuti ho notato che alcune domande erano poste principalmente per curiosità, soprattutto ai detenuti che avevano commesso degli omicidi. Ho fatto molta attenzione a ciò che diceva Ornella, (volontaria che segue un percorso didattico-educativo) e in parte sono d’accordo e ammiro il ruolo che svolge all’interno della struttura, perché è giusto che un detenuto oltre a scontare la propria pena comunque capisca la gravità del suo atto. Mi ha infastidita il fatto che la maggior parte dei detenuti si siano lamentati delle loro condizioni di vita. Naturalmente il carcere deve avere comunque condizioni umane, ma non deve essere un luogo dove sono date troppo agevolazioni.
Bragato  Valeria,  4CS
  
Droga, omicidi, furti, situazioni familiari difficili… abbiamo ascoltato storie diverse di persone diverse, ma con una conclusione in comune: la detenzione.
Ci è stata data la possibilità di rapportarci direttamente con i carcerati, che grazie al “progetto carcere” hanno condiviso con noi le loro esperienze, i loro disagi e i loro dolori.
Il progetto, finalizzato alla sensibilizzazione dei ragazzi nei confronti di una realtà a volte considerata scomoda, aiuta non solo chi ascolta, ma anche colui che racconta, ad affrontare i propri errori.
Mai avrei pensato che un medico chirurgo affermato e di successo fosse capace di commettere un atto così riprovevole quale l’uccisione della moglie, eppure è accaduto.
Questa attività mi ha aiutata a capire come la vita sia imprevedibile e come spesso, purtroppo, la vita del carcere invece di aiutare addirittura peggiori le persone che vivono all’interno.
È stato un progetto interessante ed istruttivo. Tante sono le cose di cui non ero a conoscenza, tante le difficoltà che ogni detenuto si trova ad affrontare ogni giorno: dal poco spazio in cella, ai lavori non disponibili per tutti, al distacco prolungato dalla famiglia, alle ingiustizie da parte delle forze dell’ordine.
È giusto che coloro che compiono atti criminali vengano puniti con dovuta severità, ma nessuno dovrebbe essere trattato come una bestia dalle istituzioni che dovrebbero prendersi cura di lui.
Alessandra, 4CS
 
Personalmente questo progetto mi è piaciuto molto. È stata un’esperienza che mi ha colpito e mi ha fatto vedere che in fondo il carcere non è una situazione lontana da noi come ognuno pensa.
In questo progetto ho avuto modo di ricredermi su alcune opinioni che avevo in precedenza. Un pensiero comune solitamente è: “ Se è in carcere qualcosa di male deve aver fatto, perciò deve soffrire”. Un po’ questo pregiudizio l’ho abbandonato, come altri della classe che hanno seguito il progetto.
Ovviamente è giusto dire che una persona è in carcere perché ha fatto qualcosa, ma non è corretto dire che deve soffrire.
Io ho sempre saputo che il carcere è una “scuola del crimine” e i carcerati che abbiamo conosciuto l’hanno confermato, però ho anche capito l’importanza dei progetti che essi svolgono all’interno del carcere. Prima di esserne coinvolti stavano 22 ore in cella ed è proprio così che confrontandosi imparavano nuove forme di criminalità.
Questo progetto mi ha aiutato a vedere l’umanità del cosiddetto mostro che tutti vedono quando una persona entra in carcere.
Mi hanno colpita i carcerati che descrivevano le loro sensazioni. Una volta entrati in carcere, essi vengono privati di tutto e si sentono una nullità, quasi privati di ciò che sono.
Vanessa, 4CS
  
Il progetto “il carcere entra a scuola, le scuole entrano in carcere” propostoci dalla professoressa Bellomo, è stato calorosamente accolto dalla classe 4CS di cui faccio parte. Ascoltare il racconto di come la loro vita è cambiata a causa di uno o più errori e avvicinarsi a quel mondo da me considerato distante, mi ha aperto gli occhi su alcune sfaccettature della nostra società.
È stato uno dei progetti più interessanti che abbiamo svolto in questi quattro anni. L’unico aspetto negativo, a mio parere, è un atteggiamento troppo buonista da parte della coordinatrice (la signora Ornella) nei confronti dei reclusi.
Greta, 4CS
  
Questo progetto, proposto dal carcere “Due Palazzi” di Padova, mi è da subito interessato e mi è molto piaciuto. Ascoltare le testimonianze dei detenuti ha tutt’altro effetto che ascoltarle dalla televisione o da un video. Di persona puoi infatti cogliere ogni loro emozione (rabbia, delusione, tristezza, menefreghismo, malinconia…) nel raccontare le loro storie e nel pensare la loro libertà ormai da tempo perduta. Tuttavia  ho notato che alcuni detenuti non sembravano affatto dispiaciuti.
Non provo pena nei loro confronti, reputo giusto che siano in carcere e che scontino la pena, a volte, a mio parere, troppo corta. Trovo giusto che all’interno del carcere svolgano un’attività lavorativa che permette loro di pagarsi autonomamente le spese carcerarie.
Gloria, 4CS
  
Progetto carcere - Incontro presso l'I.S.I.S. "Leonardo da Vinci" di Portogruaro
La volontà e l’obiettivo di questo progetto è, secondo me, sensibilizzare gli studenti su questa realtà che sembra così lontana dalle nostre vite.
Ma il compito è difficile in qualsiasi epoca, specialmente in questa, e un dibattito sull’argomento non basta a convincere dei ragazzi o a farli riflettere seriamente su questo; sarà perciò necessaria una visita sul luogo come poi avverrà in seguito.
L’incontro all’I.S.I.S. "L.da Vinci" non diventa così un tentativo di convincere, ma un tentativo di interessare, di invogliare i ragazzi, di portarli a pensare che quella non è una realtà poi così lontana, e che le persone che si trovano in carcere sono molto spesso simili a noi, specchi nei quali riflettersi.
Così come un ragazzo si può riflettere in un detenuto, quest’ultimo si può riflettere nel ragazzo che era un tempo. In questo modo l’incontro diventa utile sia per il giovane, che viene a conoscenza di questa realtà, sia per il carcerato che ha modo di riflettere su di sé, guardando gli altri.
Elia, 4CS
  
Il momento più significativo, secondo me, è stata la visita alla prigione “Due Palazzi” di Padova, dove ad attenderci c’erano una ventina di detenuti pronti a raccontarci le loro storie. Quelle che mi hanno sicuramente colpito maggiormente sono le storie di Andrea, Paola e Gianluca.
Andrea è un ragazzo molto giovane  che a causa dell’astinenza dall’eroina ha ucciso una persona che nemmeno conosceva. Paola invece, a causa di una situazione difficile, è entrata nel giro della droga. Quando ho sentito queste due storie, il mio pensiero è andato immediatamente alle famiglie di questi due detenuti che, secondo il mio parere, sono le vere vittime. Ho pensato alla figlia di Paola, che è cresciuta senza una madre; ho pensato ai nipoti di Andrea, condannati ad essere etichettati per il resto della loro vita, ma soprattutto ho pensato alla famiglia della ragazza uccisa “per errore” e mi sono chiesta come si possa sopportare la presenza di colui che ha ucciso tua figlia, tua sorella o nipote che sia. Generalmente si tende a pensare che coloro che commettono reati appartengono a una classe medio - bassa, ma tra quei 20 carcerati che ci stavano attendendo, c’era anche Gianluca, un chirurgo laureato che è arrivato ad uccidere sua moglie lasciando due figli senza padre. Quindi, quella che può essere considerata come “brava persona”, in realtà non è detto che lo sia. Secondo me è anche inutile che alcuni carcerati si lamentino perché stanno in cella 22 ore perché, se si trovano in quella situazione è solo colpa loro e delle scelte sbagliate che hanno fatto e per questo devono conviverci (ovviamente entro i limiti della dignità umana). In conclusione, posso dire che la cosa più importante non è se i carcerati  possono essere rieducati, ma l’importante è proteggere la società e le persone che hanno il coraggio di chiedere aiuto quando ne hanno bisogno.
Debora, 4CS
   
I due incontri svolti con quelle persone che partecipano al progetto rieducativo seguito dai volontari sono stati uno spunto, per me, per ragionare su molte idee che costituivano il mio pensiero sui carcerati.
Ritengo che parlare con loro sia stato molto interessante e che ci abbia dato modo di vedere la realtà da un altro punto di vista. Sarebbe forse stato un incontro migliore senza gli interventi della volontaria, che in molti casi sviava le domande o  i discorsi inerenti alle nostre richieste.
Tutto sommato però, l’interazione coi carcerati per quanto debole è stata costruttiva. Molte volte i loro pareri, come quelli di Ornella, andavano totalmente contro il modo di pensare di alcuni di noi che erano convinti del contrario.
Non è semplice ritenere corretta un’agevolazione data ad una persona che ha errato, ma in alcuni casi questo “corso” da loro attuato non è per niente un piacere, ma solo un dolore causato dal loro sapere di aver sbagliato.
Non ho cambiato radicalmente il mio pensiero, ma quest’esperienza mi ha aiutato a cancellare certe mie convinzioni e a modificarle secondo ciò che per me era più giusto, insegnandomi a vedere alcune cose da un’altra ottica, forse migliore.
Edoardo, 4CS
 
Questo progetto è stato molto interessante perché noi studenti abbiamo potuto capire la vita dei detenuti e la difficoltà del reinserimento in società al termine della pena. Grazie a questa visita abbiamo anche visto come gli operatori si rivolgono ai carcerati e quali compiti svolgono all’interno del carcere.
Questo progetto mi ha reso sicuramente più critica rispetto a tali problematiche e mi ha sensibilizzato.
Questa iniziativa mi è piaciuta soprattutto perché noi studenti ci siamo confrontati  con un mondo diverso dal nostro, dato che è molto difficile entrare all’interno di un carcere.
Erika
  
Il 29 gennaio io e la mia classe abbiamo visitato il carcere di Padova. Per motivi di sicurezza ci hanno chiesto di non portare con noi nessun oggetto, nemmeno il cellulare.
Quando siamo entrati in carcere non ho provato una bella sensazione, perché mi sono sentita “nuda dei miei averi” e questo mi ha messo un po’ di timore.
L’ansia però ha continuato a salire, perché vedevo tutte le porte dietro di noi che si chiudevano ed eravamo scortati da quasi tre poliziotti per gruppo.
Abbiamo avuto la fortuna di passare davanti alle sezioni dove i carcerati passano le loro giornate. È stato molto toccante e i detenuti mi hanno fatto anche molta tenerezza.
Appena arrivati in biblioteca, dove si è svolto l’incontro, mi sono sentita un po’ in imbarazzo e contemporaneamente con tutte quelle sbarre mi sembrava di essere allo zoo.
All’inizio non sono riuscita a guardare negli occhi i detenuti, perché avevo un po’ di paura. Appena abbiamo iniziato a dialogare mi sono tranquillizzata. Alla fine mi sarebbe piaciuto rimanere un po’ di più per capire meglio le loro emozioni.
Valentina
  
Per la prima volta ho avuto l’occasione di partecipare ad un progetto avente come tema il carcere e da subito sono stata molto interessata.
Mi è servita molto questa esperienza, in quanto grazie ad essa ho cambiato opinione riguardo le pene assegnate ai carcerati, inoltre ho potuto conoscere la vera realtà che si nasconde dietro alle sbarre.
L’impatto più forte è stato nel momento in qui siamo andati all’incontro nel carcere di Padova. Mille erano le sensazioni che provavo: paura, agitazione, curiosità, mancata libertà…
Ho sempre creduto che se un individuo commette un reato è più che giusto che venga punito entrando in carcere per un certo periodo di tempo. La signora Ornella, la direttrice della rivista “Ristretti orizzonti” del carcere di Padova, ci ha fatto capire che le carceri di oggi non funzionano. È giusto che ogni detenuto svolga delle attività che contribuiscano alla rieducazione.
Come molti hanno testimoniato, rimanere in carcere per 22 ore senza far nulla non porta nessun risultato.
Non credevo che un’ attività come questa potesse aiutare così tanto i detenuti.
Mery
  
Mi hanno sempre insegnato che le persone meritano un riscatto, che nonostante tutto vanno comprese. Facile da dire, difficile da fare. Ecco, il valore aggiunto di quest’esperienza sta proprio in questo: dare motivazioni concrete a questa frase che pare troppo distante in una società che denigra, esclude, rifiuta l’imperfezione.
Esperienza più che positiva perché libera da pregiudizi, smuove emozioni, riflessioni. Certamente da riproporre , magari con qualche modifica: mette in imbarazzo delle volte entrare così, a testa alta e quasi come fosse dovuto, nella vita di persone che si mettono umilmente a nudo. Talvolta si percepiva troppo la sensazione della ribalta da una parte e del pubblico dall’altra; forse una disposizione a cerchio, forse la loro possibilità di porci delle domande aiuterebbe a far confluire due linee di vita parallele eppure apparentemente intangibili.
Ci ha colpito molto, e ci sarebbe piaciuto approfondire il caso di chi è stato condannato al “fine pena mai”. L’ergastolano che ci parlava ci ha colpito per la sua speranza forse illusoria ma motivante, trainante. Quell’uomo, paradossalmente, aveva più voglia di tutti di dare in senso alle proprie giornate.
Entrare in punta di piedi nelle loro vite, ma nello stesso tempo con disinvoltura per non etichettarli come “diversi”. Magari il rispetto si potrebbe esprimere con domande meno personali ed emotive.
La scuola ha ancora molto da offrire a dei giovani bramosi di esperienze significative; il progetto “scuola-carcere” è una di queste.
Annalisa e Ivan, 4BS

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