Incontri e riflessioni

Il canto che salva dall’Olocausto, vero e non presunto

Scritto da Riccardo Pauletto – 5 DS il 31 Marzo 2010.

Eno Mucchiutti, il “cantante del lager” che grazie alla propria voce riuscì a sopravvivere all’inferno, un inferno di cui alcuni tuttora negano l’esistenza



Eno Mucchiutti, nato a Cormons nel 1919, baritono, grazie alle sue doti riuscì a sopravvivere all’inferno degli undici mesi che visse da deportato a Dachau, Mauthausen, Melk ed Ebensee. Solo recentemente Mucchiutti ha scelto di raccogliere in un libro la sua testimonianza, curata da Marco Coslovich. “Avevo sempre intenzione di scrivere queste memorie – spiega Mucchiutti - ma pensavo: forse è meglio scordare tutto, ma non mi è stato possibile farlo. Il pensiero del lager mi perseguita, perché rivedo gli amici di sventura che non sono mai più tornati, spariti in una nube di fumo, sul momento quasi una liberazione da quelle enormi sofferenze. Mai li ho dimenticati, mai li dimenticherò”.

Con queste parole, il protagonista spiega le motivazioni che l’hanno spinto a pubblicare le proprie memorie più nere.
Eno è il prigioniero numero 98748, lavora in condizioni disumane, scavando a Mauthausen, sale più e più volte la famigerata Totestiege ("scala della morte"), lavora, ridotto in schiavitù, nelle asfissianti gallerie di Melk. Ma Eno canta. E canta divinamente. I tedeschi lo vengono a sapere e questo lo aiuta in diversi frangenti, vista la risaputa passione da parte delle SS tedesche verso la musica, specialmente quella italiana. La musica non gli evita le sofferenze, ma in più di una circostanza gli salva la vita. La sua voce, una volta liberata, ha permesso a Mucchiutti di iniziare una carriera di livello internazionale e di cantare con tanti colleghi di fama mondiale nei principali teatri italiani e internazionali.
Questa è la storia di Eno Mucchiutti, che ci arriva all’orecchio proprio grazie a queste sue memorie recentemente pubblicate. Il libro che tratta la sua vicenda, dal titolo “Il cantante del lager”, viene raccontato in questo periodo durante una serie di presentazioni disseminate in tutto il territorio italiano, a cui partecipano studenti e non, interessati ad approfondire i temi dell’olocausto e della reclusione nei campi di concentramento. Quest’ultima realtà, infatti, ha riguardato non solo uomini di fede ebraica ma anche, seppur in parte molto minoritaria, soldati e civili italiani.

Il 27 gennaio è una ricorrenza istituita con la legge n. 211 del 20 luglio 2000 dal Parlamento italiano, che ha in tal modo aderito alla proposta internazionale di questa data come giornata in commemorazione delle vittime del nazismo e del fascismo, dell'Olocausto, e in onore di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati. La scelta della data ricorda il 27 gennaio 1945, giorno in cui le truppe sovietiche dell'Armata Rossa, nel corso dell'offensiva in direzione di Berlino, arrivarono ad Auschwitz, scoprendo il suo tristemente famoso campo di concentramento e liberandone i pochi superstiti. La scoperta di Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l'orrore del genocidio nazista.
Oggi più di un tempo, a distanza di oltre mezzo secolo, è importante ricordare. Ricordare coloro che sono morti, vittime di un’ ideologia paranoica, fomentata dall’invidia e da un instabilità politica profonda.
Per le generazioni successive, quello dell’Olocausto può sembrare un problema lontano e superato da tempo ma esso fa parte della storia dell’umanità e chi dimentica il proprio passato è costretto a riviverlo. Lo scrittore di origini ebraiche Primo Levi, sopravvissuto ad Auschwitz, lanciò, in maniera coincisa ed immediata, un monito a coloro che rischiano di dimenticare la Shoah:
“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”.
In mezzo a queste iniziative che cercano di mantenere viva la memoria di un orrore compiuto da uomini su altri uomini, spuntano però le tesi negazioniste, sostenute, nel corso degli anni, da personaggi come Paul Rassinier, David Irving, Robert Faurisson e dall’italiano Carlo Mattogno.
Queste tesi, portate avanti nella maggioranza dei casi da esponenti appartenenti a fazioni politiche di estrema destra, sostengono, contro fonti storiche certe e verificate, che il genocidio degli ebrei non avrebbe mai avuto luogo e che il mito dell’Olocausto sarebbe un sotterfugio per giustificare l’esistenza dello Stato d’Israele.
I negazionisti sostengono poi che non è mai esistita la volontà da parte dei Nazisti di sterminare gli Ebrei, ma di rinchiuderli in campi di concentramento. All’interno di questi luoghi non ci sarebbero state camere a gas per uccidere e che il numero di morti durante la Seconda Guerra Mondiale è inferiore a quanto si ritiene.
Tali negazionisti spacciano per veritiere le proprie tesi, cercando di dare l’impressione, del tutto illusoria, di essere riusciti veramente a mettere in dubbio la storia ufficiale. Per fare ciò selezionano il materiale documentario di partenza e poi muovono la loro accusa, tentando di smontare tutto ciò che attesta l’esistenza dello sterminio, ma non portano una documentazione a garanzia delle loro tesi. Opportunisti, cercano il cavillo burocratico che può far loro vincere una causa che combattono per giustificare indirettamente il Nazismo e la sua pulizia etnica, fabbricando fonti ambigue o addirittura inesistenti.
Sembra perciò che Primo Levi non sia stato completamente ascoltato e che alcuni non abbiano per niente imparato la dura lezione che l’Olocausto avrebbe dovuto insegnare. Queste tesi vanno considerate per la loro esistenza, per sapere che c’è ancora qualcuno che crede in questo tipo di ideologie, ma vanno condannate in quanto vero e proprio insulto alla memoria ebraica e più indistintamente umana.

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