Incontri e riflessioni

I miei nonni, emigranti in Svizzera

Scritto da Elena Fontana, 3BS il 14 Dicembre 2010.

Premessa. Quando la professoressa Emanuela Ortis, la nostra insegnante di “Storia del Territorio” ci ha chiesto di fare una ricerca sull’emigrazione italiana tramite la testimonianza di un nostro parente emigrato in qualsiasi paese del mondo, due sono state le mie riflessioni.
La prima cosa che ho pensato è che sarebbe stato un lavoro estremamente noioso; la seconda è che, se proprio avessi avrei dovuto scegliere un parente, avrei scelto mio nonno paterno, perché nella mia famiglia è sempre stato un personaggio un po’ nell’ombra e un po’ misterioso, visto che nessuno - a parte la mia nonna paterna - l’ha mai conosciuto, perché è morto molto giovane.
Facendo questa ricerca, ho capito come la storia di mio nonno è fortemente legata sia a quella della Svizzera sia, anche, a quella di mia nonna; non solo perché sono marito e moglie, ma anche perché si sono conosciuti e sposati proprio in Svizzera e quindi non ho potuto tenere separate le due storie ma ho deciso di raccontarvele entrambe.
Nel dopoguerra in Italia mancava lavoro; per questo motivo molte persone emigravano in Paesi stranieri: per cercare un’occupazione ed aiutare così la propria famiglia.
Mia nonna Liliana è partita per la città di Basilea (Svizzera) a maggio del 1955. Nella stazione ferroviaria di Ceggia è salita in treno con una valigia che lei definisce “di quelle di una volta, quasi di cartone”.  In Svizzera, ad aspettarla, c’era un amico della sua famiglia, sposato con una signora che era incinta di una bambina, Ariella, che è nata proprio il giorno dell’arrivo di mia nonna.
Mia nonna Liliana ha lavorato sempre sotto padrone; prima nella pasticceria di una signora anziana, poi, quando la signora è morta, è andata a lavorare da un’altra signora anziana, che viveva con un figlio. Lì ha fatto la governante, la bambinaia e in seguito la badante. In casa di questa signora si è trovata molto bene, perché, sebbene il denaro non fosse tanto, la signora la lasciava molto libera, la faceva uscire il sabato sera con le amiche e le chiedeva sempre se le mancavano i soldi per uscire.
Le voleva così bene che le dava anche il “coprifuoco”.
“Quando ha scoperto che sapevo cucire...allora là sì, si è scatenata! Mi ha dato tutto il guardaroba da rinnovare...”. Così mia nonna ricorda questa signora.
Poi però anche questa signora è morta e così è andata a lavorare da una donna che definisce “una vera signora, ma ‘signora solo nei soldi’, perché ci faceva lavorare tanto, a me e alle altre due. Con lei non si poteva mai alzare la testa, si doveva lavorare e basta e se quando tornava dopo essere uscita non trovava tutto il lavoro completato ci sgridava sempre”.
Mio nonno Domenico è partito per la Svizzera nel 1951 da Montebelluna. E’ partito in treno con i suoi fratelli ed è andato a vivere nella campagna subito fuori Basilea, dove ha fatto il contadino per svariato tempo e poi, assieme ai suoi fratelli, è andato a fare il muratore.
Nel circolo italiano di Basilea ha conosciuto mia nonna Liliana, prima come amica\nemica, poi, il 25 maggio del 1958, si sono fidanzati e successivamente, l’11 Novembre 1960, si sono sposati in Comune, mentre il 12 Novembre 1960 sono stati sposati da un sacerdote italiano nella chiesa “La missione Italiana”. Dopo la cerimonia hanno fatto un grande pranzo, che si è ripetuto in Italia al loro ritorno.
Dopo il matrimonio sono andati a vivere in un piccolo appartamento fuori Basilea. La casa aveva una grande cucina che dividevano con i loro amici e parenti, ma i miei nonni avevano una camera da letto tutta per loro.
A Basilea c’era un circolo di italiani dove si ritrovavano tutti gli emigrati. Facevano lunghe passeggiate e potevano raccontare le proprie storie e le proprie avventure. E il fine settimana? “ Il sabato sera si usciva con gli amici, si andava a ballare”, ricorda. “Io non ero tanto capace, ma non importa: era un bel modo per stare in compagnia o per guardare le persone che sapevano danzare. Ce n’erano parecchie! Poi la domenica si stava a casa, perché il lunedì si lavorava”.
La lingua per i miei nonni non è mai stata un problema. Pur non trovandosi, Basilea, nel cantone italiano, tutti, o comunque quasi tutti, in paese, parlavano o almeno capivano l’italiano. Dopo qualche anno che si viveva in Svizzera – mi ha raccontato la nonna - si riusciva anche ad accantonare qualche risparmio o a comprare una camicetta o un paio di scarpe, con i soldi che non si mandavano a casa.
Ed ora, una riflessione personale. A mia nonna la Svizzera manca. Lo si vede nei suoi occhi quando ne parla! Le manca vivere con tante persone in un grande posto dove si respirava un’aria di fratellanza senza la quale mi ha confidato che non sarebbe riuscita ad andare avanti.
E poi logicamente le manca mio nonno. Credo che vorrebbe tornare in Svizzera anche per ritornare nel posto dove si sono conosciuti. Per mia nonna l’emigrazione non è stata un’esperienza negativa, tutt’altro!