Incontri e riflessioni

Flussi di coscienza alterata

Scritto da Alberto Pisano il 13 Marzo 2013.

Flussi di coscienza alterata
Quando gli occhi si chiuderanno, quando il cuore smetterà di battere, io sarò vivo.
Lessi questa frase alla mia ragazza, non le piacque, non capì cosa volessi dire. Si portò alla bocca una cartina, la leccò chiudendola. Accese la cartina con un fiammifero, se la portò alle labbra fumandola.
La canna fumava, io mi avvicinai. Lei mi appoggiò lo spinello alle labbra, tirai. Espiai lentamente il fumo sul suo viso, poi le diedi un bacio.
Mi preparai anche io un po' d'erba da fumare, in quel periodo ne avevamo tanta. Era un periodo un po' strano, era un periodo di guerre al potere in un mondo esoterico, e ognuno di noi cercava di fuggire, dalla realtà.
Lì fuori, nel mondo, uomini corrotti salivano al governo. Lì fuori, la gente aiutava questi uomini a salire al trono. Abbindolati dalle loro parole, dalle loro promesse, lì fuori la gente si metteva le manette ai polsi e consegnava le chiavi a quelle persone corrotte.
Ma questo accadeva lì fuori. Io vivevo in un altro mondo. Io vivevo con la mia ragazza. Dove c'era erba, alcool, e amore. Che ci fregava di quello che accadeva al di fuori.
In un appartamento decrepito vivevamo tra i fumi e tra fiumi d'alcool. Lei era bellissima. Ci facevamo qualche canna, buttavamo giù qualche bicchiere, e fumando sorrideva, e sorridendo lei mi guardava. Mi amava, e intorno a noi il mondo bruciava.
Anche noi bruciavamo. Ci facevamo un po' di tutto; marijuana, hashish, cocaina, eroina, endorfina, glicerina, metanfetamina, caffeina, parafina, nicotina, naftalina, borocillina, novocaina... Bruciavamo anche d'amore. Al diavolo il mondo là fuori. Da quello che stava accadendo, quelli con dei problemi non eravamo di certo noi.
Il mondo andava male, la dittatura era sorta sotto gli occhi dei ciechi. La gente stava male, ma stava anche zitta. La paura era nell'aria.
Nel nostro nido invece, l'aria era impestata di tanti profumi diversi. Psichedelici, narcotizzanti e rilassanti odori fluttuavano tra di noi. Tra me e lei. Ci sentivamo distanti, quando ci facevamo. Era come guardare i propri corpi da lontano, da un sogno. Vedi il tuo corpo, lo vedi muovere, lo vedi fare tante cose, ma non sembra che sia tu a muoverlo. Era bello. Ci piaceva. Ci divertivamo.
Anche nel mondo lì fuori accadeva la stessa cosa, ma non era bello, alla gente non piaceva. Gli uomini al comando si divertivano.
Le tasse aumentavano. Noi aumentavamo le dosi.
La gente straripava in strada. Noi ci baciavamo avvolti da una nebbia profumata. Facevamo l'amore, bruciavamo i nostri corpi. Una canna, un'altra, e un'altra. Eravamo in panne. E il mondo là fuori bruciava, e non ci importava.
Ma un giorno uscii dal mio solito stato d'alterazione. Divenne tutto lucido, tutto strano, alieno, non riconoscevo più nemmeno le pareti del nostro appartamento. Quel giorno il mio amore mi era stato rubato dal mondo. Lei non c'era più. Era scesa in strada. Ubriaca e strafatta, passeggiava dopo il coprifuoco imposto dallo Stato. Un battaglione di militari la trovò danzare per strada, nuda e sorridente, e imbracciando i fucili accesero la notte scaricandole addosso i loro proiettili.
I militari... erano dappertutto. Solo loro potevano danzare nelle strade.
Da quel giorno mi drogai per due. Fumavo anche per Lei, bevevo per lei, buttavo giù  pasticche come caramelle.
Un giorno mi arrivò una lettera da parte dello Stato. Volevano che tutta la popolazione si riunisse nella grande piazza, dovevano parlare al popolo, dovevano drogarlo ancora con le loro parole, e a chi replicava mostrare le armi.
Strappai la lettera e la utilizzai per farne dei filtri da mettere sulle canne. Lo Stato stava cercando di entrare nel mio mondo, dovevo aumentare ancora di più le dosi.
Con i giorni che passavano ormai ero arrivato al punto di non ritorno. Anche senza l'assunzione di droghe, la mia mente non rispondeva più. Riuscivo a stento a mettere insieme due pensieri, due idee. Non ricordavo più cosa avevo fatto solo due minuti prima, non ricordavo nemmeno se mi ero drogato, o no. Sicuramente sì, ma mi facevo di nuovo per sicurezza. Il mio corpo era lento, uno zombie. Ero in uno stato catatonico. Ma a vedere il mondo là fuori, non ero il solo. Mi chiedevo perché la gente non si svegliasse, e non si rendesse conto di come uomini più lucidi e più cattivi si stessero approfittando della loro situazione, e chiedendomelo spingevo un ago dentro la mia vena. E poi un'altra canna, un altro bicchiere, un'altra sniffata, un'altra pasticca sotto la lingua.
E gli schiavi radunati in piazza videro un uomo attraversare le transenne, sfuggire alla vista dei militari, salire fino al punto più alto e più visibile della piazza. Quell'uomo ero io.
Con la vista e la mente annebbiata, i movimenti rallentati, il cuore distrutto, gridai al mondo: «ANDATE TUTTI A FARE IN...» Poi uno gran rumore, uno sparo. Poi tanto sangue nei miei occhi, e mi vidi scivolare all'indietro. Ma non sentii dolore.
Il mondo era fatto. Io ero più fatto di lui. Il mondo era alterato, io di più. Era una conversazione tra drogati. Nessun senso logico, niente.
La gente era annebbiata, accettava le ingiustizie imposte dallo Stato, come in un manicomio quando arriva l'ora della pillola. E poi tutti annuivano stupidamente a quello che gli veniva detto. E io morivo.
E quando i miei occhi si chiusero, quando il mio cuore cessò di battere, qualcuno dalla folla levò la voce al cielo terminando la mia frase. I militari rimasero spaesati, con i fucili puntati e ancora fumanti scrutavano la folla senza individuare la voce che aveva tanto osato. E qualcun altro gridò... e un'altra voce ribolle di rabbia si ribellò gridando libertà e poi un'altra voce ancora e un'altra e un'altra e ancora una e le persone si accesero come canne, e tutti presero parte.
E da quel giorno il mondo uscì dal dopo sbornia, rimettendo insieme i pezzi, chiedendosi cosa fosse mai successo.

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