Incontri e riflessioni

Eno Mucchiutti: storia di ordinaria disumanizzazione

Scritto da Silvia Pramparo - 5AL il 31 Marzo 2010.

Eno Mucchiutti, deportato politico italiano nei campi di concentramento di Dachau, Mauthausen, Melk e Ebensee si racconta senza pudore nel libro “Il cantante del lager”. È la storia di un baritono che si salva grazie alla sua voce melodiosa. Il suo racconto è straordinario, perché riportato senza censura o auto giustificazioni. La sua è una testimonianza cruda, vera e diretta, per quanto drammatica, come asserisce il relatore Marco Coslovich durante la conferenza tenutasi presso l’ Istituto “Da Vinci” di Portogruaro il 3 Febbraio scorso.

La capacità straordinaria di Mucchiutti, a differenza di altri deportati che hanno pubblicato libri sulla loro esperienza nei lager, secondo Coslovich (curatore del libro di Mucchiutti), sta proprio nella forza interiore che gli ha permesso di raccontare la nuda verità. È così che egli descrive il suo tentativo di disumanizzarsi, in linea con i principi imposti dai Nazisti. Egli scrive infatti: “Era maturata in me l’ idea di non legarsi più con nessuno”. Questa affermazione riporta l’ esigenza di non legarsi mai affettivamente ad un altro essere umano: ciò era fondamentale per riuscire a sopravvivere, spiega Mucchiutti nel libro. All’ interno del lager, infatti, intrecciare rapporti di amicizia significava correre il rischio di soffrire per la morte di un compagno. Ecco perché Mucchiutti, come racconta Coslovich, sente la spietata esigenza di disumanizzarsi, isolandosi emotivamente. “La legge del lager impone indifferenza” si ripete spesso l’ autore. Nonostante ciò, è irrefrenabile il suo bisogno di amicizia. E così, nonostante i tentativi di reprimere la propria umanità, spesso trova il coraggio di condividere i momenti di sofferenza con i compagni di baracca.
Nel giugno 1945, dopo la liberazione da parte dei Russi, Mucchiutti riesce finalmente a tornare a casa a Trieste, ma l’ esperienza vissuta è così forte che gli è impossibile dimenticare. Ecco perché ha deciso di scrivere questo libro. Il suo obbiettivo – e anche quello di Marco Coslovich, che si occupa di raccogliere testimonianze di altri deportati – è quello di evitare che simili esperienze vengano dimenticate dalle generazioni future e, per quanto possa sembrare un’ ipotesi irreale, che questa tragedia possa riaccadere.

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