Incontri e riflessioni

Caro Giacomo Leopardi

Scritto da Gloria Marson il 24 Maggio 2010.

Caro Giacomo Leopardi,
sono una ragazza diciasettenne che, leggendo e studiando le sue opere, è rimasta molto colpita dal suo modo di pensare e dalla sua concezione della vita e della Natura.
Perciò ho deciso di scriverle una lettera, in modo da poterle esporre le mie riflessioni a riguardo.
Lei, nella prima parte della sua esistenza, ha una concezione della vita che gli studiosi chiamano "pessimismo storico". Durante questa prima fase lei pensa - e mi corregga se sbaglio - che la causa dell'infelicità dell'uomo sia l'individuo stesso, con la sua mania di “sapere”, di fare nuove scoperte e di avanzare scientificamente e tecnologicamente. Vede invece la natura, o, meglio, la Natura, come entità creatrice benevola, che non è in alcun modo responsabile della sofferenza dell'uomo.  Ritiene inoltre i bambini e gli antichi come persone generalmente felici, grazie alle illusioni.
Poi c'è un cambiamento radicale del suo pensiero e comincia una seconda fase che gli studiosi chiamano "pessimismo cosmico"; fase durante la quale lei muta opinione, ritenendo che la causa dell'infelicità dell'uomo non sia più l'individuo, ma la Natura.
La Natura è ora considerata un'entità maligna e matrigna, che dà la vita all'uomo, gli pone nel cuore il desiderio di felicità e di infinito, poi lo abbandona sulla Terra senza la possibilità di soddisfare questo desiderio. L'uomo, quindi, è come costretto a vivere in una condizione di perenne infelicità, senza nessuna via d'uscita.
Analizzando queste due fasi principali del suo pensiero (che – me ne rendo conto – ho fin troppo sintetizzato, con il rischio di banalizzarle), ho constatato che ha incentrato la sua attenzione sull'infelicità dell'uomo, cercando di capirne le cause e il "colpevole", ma non posso non chiederle se ha mai provato a cercare la felicità nel tempo concesso a ciascuno, cioè in tutto ciò che accade dalla nascita alla morte di un individuo.
Certo non voglio criticare le sue riflessioni, anche perchè credo che la ricerca delle cause dell'infelicità possa essere d'aiuto per rispondere a molti dei questiti che assillano ogni uomo, ma credo che ciò che soddisfa veramente il cuore sia già ascoltarne con onestà le domande e mettersi in cammino per cercare la felicità, anche se ciò non significa raggiungerla né subito, né facilmente.
La felicità è qualcosa di diverso da persona a persona; per alcuni è la realizzazione dei propri sogni, per altri potrebbe essere riuscire a far sorridere le persone che hanno intorno. È qualcosa che cambia da individuo a individuo, talvolta da generazione a generazione, da uomo a donna, dall'adolescenza alla vecchiaia, ma una volta che si è capito qual è l'obiettivo che il cuore desidera raggiungere, non bisogna far altro che rimboccarsi le maniche e lottare.
Io descrivo la vita come uno scivolo: è faticoso salire gli scalini per arrivare in cima, mentre è facile e veloce scivolare giù; così nella vita è difficile salire gli scalini che incontriamo ogni giorno, però più si sale e più aumenta la felicità e si spalanca il sorriso nel viso di ognuno di noi. È più semplice, invece, scivolare giù e cadere nell' infelicità.
Ma perchè stare seduti comodamente sulla poltrona di casa e lasciare che la vita faccia il suo corso, quando, faticando un pò, si può raggiungere la felicità?
La cosa più bella della scala della vita è che la felicità non si prova solo al termine degli scalini, ma anche durante la salita. La natura è solo lo sfondo che circonda gli scalini; essa aiuta l' uomo a sognare, a viaggiare in mondi paralleli e in luoghi mai visti, ma non è lei a farlo soffrire o a condurlo ad uno stato di infelicità perenne. Quindi, segua il mio consiglio: provi a salire con coraggio la scala della vita, accogliendo tutto ciò che le riserva ogni “scalino” e poi mi scriva per raccontarmi cosa ha provato.
Gloria

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