Incontri e riflessioni

Brothers in music

Scritto da Lyddy Apetogbo, 5CL il 30 Gennaio 2011.

Sono stata invitata (immagino sappiate da chi…) a scrivere un articolo sul concerto con Stevie Wonder, l’estate scorsa.
Nonostante l’insistenza (immagino sappiate di chi…) finora non ho scritto nulla, perché non me la sentivo e perché non volevo risultasse un articolo banale. Provate voi a scrivere un articolo su Stevie Wonder e a non usare gli aggettivi “bello, bellissimo, magnifico, emozionante, incredibile, unico…”. Insomma, ci siamo capiti.
Ebbene. Credo sia arrivato “il momento” e dunque proverò a rendervi in qualche modo partecipi di quell’esperienza per me indimenticabile.
Le radici, la cultura e la provenienza di Stevie Wonder sono evidenti non solo perché è nero (anzi marrone: afroamericano); le decanta in ogni momento e sono visibili nel suo abbigliamento, nella sua persona, nel suo attaccamento alla preghiera, nei balletti e negli strumenti che porta in scena. Racconta chi è e da dove viene anche il numero dei suoi figli: ben sette!
Allora partiamo dall’abbigliamento. Come fa un artista del suo calibro a vestirsi con un semplice “boubou” (abito africano in tessuto leggero, in genere molto colorato) per un concerto che vedeva piena l’Arena di Verona? Sinceramente mi aspettavo giacca, cravatta e mille lustrini; invece Stevie aveva scelto la semplicità; aveva scelto l’eleganza delle sue origini.
Questo, secondo me, è il primo messaggio che dovrebbe arrivare a tutti, specie ai giovani: “Le radici vanno custodite gelosamente!”.
Tornando all’abbigliamento, lui è Stevie e dunque… “può tutto”!
Già l’abito aveva creato una certa “atmosfera”, ma il mio cuore è letteralmente esploso in scintille di gioia, quando ho visto i coristi suoi ballare una danza tradizionale africana!
Non lo so se sono state solo coincidenze o se sono io così pazza da collegare ogni cosa all’Africa, però devo dire che questi abbinamenti mi riescono in modo particolarmente…come dire?…particolarmente bene. Ecco: mi riescono proprio tanto bene.
Ora una considerazione: credo che sia l’umiltà ciò che fa dell’artista un mito, e vedendolo sul palco mi sono proprio convinta che Stevie ha umiltà da vendere, anzi, da regalare, ai nostri artisti odierni!
Ora vi racconto un piccolo episodio. Prima di entrare in scena, Stevie ha fatto riunire tutti noi coristi in cerchio e ha chiesto ad uno di noi di recitare una preghiera in italiano. Ci hanno spiegato che è una cosa che fa spesso, prima di entrare in scena.
Di solito, prima di uno spettacolo si cerca di fare sempre qualche azione scaramantica, magari pronunciando frasi come “In bocca al lupo”, o, che ne so, “Yes, we can!”, ma lui ha preferito pregare e pregare con tutti noi. E’ come se avesse affidato il suo concerto a Qualcuno più grande di lui; è come se avesse chiesto a quel Qualcuno di guidare i suoi e i nostri passi, la sua e la nostra voce durante il concerto.
Ricapitoliamo: Stevie Wonder, concerto a luglio, Arena di Verona piena, musicisti, coristi, direttori d’orchestra, cantanti tra gli spettatori come Luca Yurman e Renato Zero. Stevie che suona sdraiato a terra; Stevie che cambia strumento; Stevie che rende omaggio a Michael Jackson; Stevie che canta una canzone in italiano e il pubblico che letteralmente va in delirio; Stevie che però non può vedere che le persone sono state ad acclamarlo nonostante una pioggia fittissima…
Stevie non vede, però si capisce che riceve tutta l’energia che il pubblico gli dà e ricambia cantando le più famose delle sue canzoni: “Overjoyed”, “Happy birthday”, “I just called to say I love yoy”, “Mon cherie amour”, “Superstition”, “Free”, “A time to love” e tante altre…
Stevie è grato per il dono ricevuto. Tutti noi siamo grati per il dono grande che ci ha fatto lui.
Ah, dimenticavo! Sempre lo stesso giorno, durante il sound check, passa il manager di Stevie e mi chiede: “Vous etes senegalaise?”. “Cooosa!? Eh!? Io senegalese?”, ho pensato un po’ stizzita! “No grazie!!!” (Tengo a precisare che non ho assolutamente nulla contro il Senegal e chi ci abita, però…).
Insomma: gli ho detto di essere togolese e lui (Abdoulaye Soumare) mi ha detto di essere stato ad Atakpame, un posto in Togo, nel ’92. Avrei voluto dirgli che io sono nata qualche mese prima o dopo che lui c’era stato, ma gliel’ho risparmiato… Credo di essere stata molto emozionata…
Chi l’avrebbe mai detto che ad un concerto di/con Stevie Wonder avrei incontrato una persona che parlava in francese e che era stata in Togo!?
Postilla per i curiosi che si chiederanno come sia riuscita ad “infilarmi” tra le coriste.
Avete presente la fortuna, o il destino, o il caso? Usate le parole che volete. Dirò semplicemente che Dio ha voluto che io fossi lì in quel momento. Nel posto giusto al momento giusto.
Il concerto a Verona è finito con le note di “Time to love” e il suono avvolgente e coinvolgente di vari tamburi. Vorrei finire pure io quest’articolo con qualche verso di questa splendida canzone. Sono convinta che le sue parole “dicano” più di qualsiasi cosa possa scrivere io.
We have time for racism
We have time for criticism
Held bondage by our ism’s
When will there be a time to love
Not enough money for
The young, the old and the poor
But for war there is always more
When will there be a time to love
We make time for paying taxes
Or paying bills and buying status
But we will pay the consequences
If we don't make the time to love
Now's the time to pay attention
Yes now is the time to love
Ecco. Questo è Stevie Wonder e questo è ciò che, di quella fantastica giornata, custodisco nel cuore. A Verona, quella sera, ho capito che, in fondo, siamo tutti fratelli in musica. “Brothers in music”.

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