Scrivono i Prof

Ultimissime dalla scuola:

Scritto da La cinciallegra il 02 Luglio 2011.

gli studenti si sono svegliati e chiedono (finalmente) insegnanti che sappiano insegnare.

Càpita tutti gli anni. Finiscono gli scrutini, si espongono i voti, si consegnano i registri e, terminate le incombenze burocratiche, ci si dà appuntamento tra cinciallegre per condividere le esperienze vissute a scuola. E così, se è vero che ogni studente è un mondo a sé (e il bello è proprio questo!), ricordando l’anno scolastico, e certe lezioni, e i consigli di classe, e gli incontri, e le avventure, e gli imprevisti che rendono ogni giorno diverso dal giorno precedente e da quello che verrà, sempre più ci accorgiamo che, stringi stringi, tutto il mondo è paese e che, ad ogni latitudine, nei ragazzi ritroviamo le stesse domande e gli stessi bisogni.
Noioso sarebbe il resoconto dettagliato di quanto emerso dall’incontro estivo tra cinciallegre (che, per capirci, è diventato, nel tempo, una sorta di “collegio docenti allargato”, pennuto, alternativo e un po’ sui generis) e dunque risparmio la lettura – riscrittura del verbale.
C’è un dato, però, sul quale credo valga la pena riflettere, perché si fa statisticamente sempre più significativo e perché contrasta la vulgata sui giovani tutti svogliati, o che studiano tutti solo per il voto, o nell’ottica del “massimo risultato minimo forzo”. Esistono, sono sempre esistiti giovani così, ma siccome di loro si parla un giorno sì e il giorno dopo anche, e spesso a sproposito, questa volta non se ne farà cenno. Questa volta soggetti degni (finalmente) di attenzione sono “gli altri”. Quelli che ci sono e ci sono sempre stati, ma di cui si parla poco, anzi per niente.
E’ accaduto “qualcosa”, quest’anno. Forse più frequentemente che negli anni scorsi.
In tanti consigli di classe, nel momento in cui l’ordine del giorno prevede che la parola passi ai due rappresentanti degli studenti, è emersa, educata ma decisa, una domanda che ha avuto il fragore di un boeing che infrange la barriera del suono. Roba che, non fossimo cinciallegre e dunque impossibilitate per natura, sarebbe stato da darsi un pizzicotto e chiedersi “sogno o son desta?!”.
Ebbene sì. In tanti consigli di classe, a tanti dirigenti scolastici di tanti Istituti italiani i ragazzi hanno chiesto una cosa che dovrebbe essere scontata, ma che evidentemente scontata non è…sic! (niente paura: è il singhiozzo psicosomatico delle cinciallegre).
La domanda dei ragazzi? Eccola, nella sua semplicità: insegnanti che sappiano insegnare.
“…Pazienza se i voti che ci mettono non sono sempre tutte sufficienze… Pazienza se assegnano tanti compiti per casa… Pazienza se le verifiche sono impegnative… Pazienza se fissano una scadenza e pretendono la si rispetti… Pazienza se sono rigorosi… Pazienza se ogni volta l’asticella è un po’ più alta ed ogni lezione è una sfida… Pazienza. Ma dateci insegnanti che sappiano insegnare!”.
Apriti cielo! Dai racconti delle cinciallegre è emerso di tutto; talmente “di tutto” che sarebbe impossibile, qui, riassumere. Solo qualche esempio, dunque. Il resto, per rispetto alla dignità professionale, oltre che per necessità di sintesi, alla fantasia del lettore.
Esempi, dicevo. Adulti (nella fattispecie: dirigenti, insegnanti e genitori, in ordine sparso) che cercavano di convincere i ragazzi che, in fondo in fondo (praticamente in fondissimo) quell’insegnante lì non era poi tanto male, o che averlo in classe solo per un annetto non sarebbe stata la fine del mondo; adulti (sempre in ordine sparso) che strizzavano l’occhiolino agli studenti, sforzandosi di far loro capire che, tutto sommato, un sei (ma anche un sette o un otto) politico non è da buttar via e pazienza se alla fine dell’anno si sa meno di quel che si sapeva all’inizio; adulti a spremersi le meningi per convincere i giovani interlocutori (con dati alla mano, dimostrazione pratica e ripristino del caro buon vecchio pallottoliere) che studiare una materia in meno è meglio che studiare una materia in più; adulti a sostenere che le conoscenze son roba da “matusa” e che se ora contano le competenze, anche se un insegnante non collabora, fa lo stesso: ci penserà il resto del consiglio di classe; dirigenti che grondavano sudore (anche in pieno inverno) impegnati nella “mission” di muovere insegnanti–pedine in scacchiere–scuole, in modo che, usati magari come fanti, potessero essere più innocui di quanto non siano i cavalieri, o i re, o le regine, in una partita a scacchi (in sostanza: meglio Tizio in una prima che in una quinta che ha l’esame di Stato e poi per l’anno prossimo ci penseremo…); dirigenti che patteggiavano sottovoce con gli allievi corsi di recupero pomeridiani con insegnanti pagati dalla scuola (ma come? Non si era detto che le scuole non hanno fondi?!) per zittire studenti e famiglie e per compensare quel che il docente titolare avrebbe dovuto fare la mattina…
Sono solo alcuni tra gli esempi riportati dalle colleghe cinciallegre giunte da tutta Italia. La mente nauseata di chi scrive ha evidentemente rimosso scene, scenate e sceneggiate inenarrabili…sic! (e dagliela con ‘sto singhiozzo psicosomatico!).
(Post scriptum. Spiacenti: a tutt’oggi, dati di rimozione o ri-orientamento docenti non pervenuti…sic!).
E dunque: da una parte, adulti alle prese con acrobazie diplomatiche poco credibili, e faticosissime ma inutili arrampicate sugli specchi e, dall’altra parte, giovani risoluti e fermi nella richiesta più che legittima di docenti che li aiutino a comprendere il senso della fatica di alzarsi dal letto, la mattina, per prendere – magari da pendolari - la strada che porta a scuola; ragazzi tenaci nel ribadire la domanda, che a volte non è bastato un anno di scuola perché trovasse risposta, di avere di fronte, in classe, un insegnante in grado di fare ciò per cui viene pagato (poco, è vero, ma pur sempre pagato).
Strana “pasta”, quella di cui sono fatti gli studenti, a cui poco importa (viceversa rispetto ai “grandi”) che chi sta in cattedra vanti una o due lauree, il posto di ruolo, l’abilitazione “x” e pure quella ipsilon, un tot di corsi di aggiornamento sulle intelligenze multiple o sulla didattica breve, sul cooperative learning e sulle competenze certificabili, la conoscenza di duetrequattro lingue straniere (ma magari solo a grandi linee la disciplina che insegna e/o la lingua di casa propria) o l’appoggio incondizionato del sindacato Tal dei tali, eccetera eccetera eccetera… Le carte in regola, insomma, per essere inamovibilmente “lì”, e pure a tempo indeterminato.
La “pasta” degli studenti è strana ma vera. Tutti ingredienti doc. Più sostanza che forma.
Chiedono poco, anzi pochissimo, gli studenti: questi studenti. Chiedono il giusto. Se scelgono il classico, desiderano qualcuno che insegni loro bene la cultura di base, più il greco e il latino, che sono materie di indirizzo. Chi sceglie lo scientifico evidentemente ha una propensione per la matematica e gradirebbe bravi docenti soprattutto in quella disciplina; al linguistico possibilmente si vorrebbero imparare bene le lingue scelte…e così via. Scoperta dell’acqua calda.
La “pasta” dei ragazzi se ne fa un baffo del “pezzo-di-carta-in-regola” esibito da chi sta in cattedra.
Chiede, banalmente, insegnanti che insegnino.
E come non esistono “corsi” per diventare padri e per diventare madri, perché c’è bisogno di una componente di tenerezza e di passione per il destino dei propri figli che nessuno potrà mai insegnare, anche ai prof. (pur laureati, abilitati, ben piazzati in graduatoria, ecc…) serve un “di più” che nessuno potrà loro mai insegnare. O c’è o non c’è.
Senza questo, a scuola ci si può sentire (e si è) come un pesce fuor d’acqua. Si può essere percepiti (e si è) pesci fuor d’acqua.
Senza questo, la laurea può essere spesa benissimo per altro. E soprattutto per altri, che non siano gli studenti.
Senza questo, al massimo si trasmettono (forse) nozioni o “istruzioni per l’uso”, mentre i ragazzi chiedono persone che, attraverso le discipline che insegnano (e che – parentesi – dovrebbero conoscere ed amare) li accompagnino ad un’apertura della ragione, a leggere e ad interpretare il mondo, a dare respiro alla curiosità e alle domande del cuore.
Altrimenti, a che serve un insegnante? Tanto vale la peer-education . Tanto vale internet. Tanto vale…sic!

Ti potrebbero interessare