Scrivono i Prof

Qui, solo ossa e cotenne

Scritto da Prof B. il 18 Agosto 2016.

Qui, solo ossa e cotenne

Qui, solo con ossa e cotenne. Perché il resto di me è là, in un appartamento dove una meraviglia di signora nippo-brasiliana, terapeuta astrale trasferitasi in Irlanda con i paraphernalia d’ordinanza (dico dopo), mentre parlo comincia a tossire violentemente. Tosse grassa? Tosse secca? Saliva? Macché! Ma che ingenuo! Le succede sempre – spiega –, quando la sua aura cozza contro aure altrui non totalmente risolte.

Uno mica tossisce per dispetto. Il mio passato incombe?, non lo lascio alle spalle?, gli permetto di ferirmi? E lei tossisce. Scienza, signori. E io devo cambiare: se non provvedo subito, potrebbe risentirne il corpo fisico, essendosi quelli spirituale ed eterico ormai persi, “gone pear-shaped”, come le pere quando collassano su se stesse in un ultimo plòf. Potrei avere problemi al cervello – riprende -, alla pelvi… Ma mi basta cantare. Ogni giorno, sotto la doccia, pochi minuti. Ogni giorno, però.

Come ha fatto lei, che ha dato per tre anni a uno dei figli, ogni giorno, una goccia di latte (una!), e risolto in modo veloce e brillante un’intolleranza al lattosio. Poi mi regala un costosissimo materasso, realizzato in Brasile con tecnologie che sfruttano l’emissione positronica (vado a memoria). Risultato? Un mese d’alzatacce alle 3.30 del mattino. Sotto la doccia, però, un rusignólo.

A quel punto, dopo aver accennato a come Plutone – vado ancora a memoria – stia influenzando lo stato del pianeta fino a determinare le prossime elezioni USA (brutte notizie), mi dice di volermi fare una domanda personalissima. Ovviamente, posso evitare di rispondere. Ma mi aspetto il peggio, perché penso: oltre il cervello e la pelvi, oltre le catene del passato, le pere del presente, oltre tutto questo, beh, di “personale” cosa resta? Restano i tessuti?, il citoplasma?, l’acido desossiribonucleico? Sarò un provinciale, ma a me la scienza fa paura. La domanda, personalissima, è: “Mi piacerebbe venire in Italia a studiare la lingua. [In un sussurro] Roberto…, pensi che a Verona la pronuncia sia buona?”. Ecco. (E la pronuncia a Verona non è buona.)

(P.S.: poi in Irlanda, a Dublino e altrove, ci sono anche gli irlandesi. Il resto di me è soprattutto con loro. Ad esempio con quel tale, che rincasa dopo un “venerdì sera” immaginabilmente alcolico. Sto fumando all’aperto. Sono le sette del mattino, per me mezzogiorno. Il tizio si avvicina. Non vuole sigarette. È un indigeno, variante ginger. Gli interessa solo sapere chi sono, da dove vengo, se sto bene. Gli interessa di me. E non è ubriaco. Gli dico dell’Italia… Lui dell’Italia ha visto qualche volta, alla televisione, la città con tutti quei canali. Preso dall’entusiasmo, senza mentire più di tanto, gli assicuro che è la mia: io vengo da lì. Mi abbraccia per questo. Mi abbraccia perché vengo da lì, e riprende la sua strada. Se fossi onesto dovrei raccontare di questo, e di altro ancora: ma io degli incontri d’anime non scrivo.)

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