Scrivono i Prof

Pacta servanda sunt

Scritto da prof.ssa Rita Doretto il 29 Marzo 2010.

“Il rispetto delle regole in questo paese non c'è, è relativo. Si ha sempre l'idea di poter aggirare le regole in una sorta di flessibilità continua. E questo, però, fa cadere il tasso di legalità del nostro paese. E se posso aggiungere, allenta quei legami che fanno parte di quel concetto di cittadinanza che noi, spesse volte, sottovalutiamo o, anzi, spesse volte finiamo, persino, per insultare”.

Questa è la riflessione proposta da Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera, nel corso della trasmissione televisiva “Che tempo che fa” del 13 marzo scorso.
Argomento interessante. Argomento attualissimo. Il rispetto delle regole e... la convinzione di poterle sempre aggirare.
Regole, regole, regole. Che noia! Ma le regole, come dice De Bortoli, sono alla base “del concetto di cittadinanza”, e cittadino vero e consapevole si diventa, non si nasce.

Ecco, allora, l'importanza della formazione dell'individuo, formazione che incomincia nella prima cellula della società: la famiglia. Ed è qui che il bambino si incontra e scontra, per la prima volta, con le regole. Poi ci saranno quelle della scuola. Ed è proprio questo il punto a cui desideravo giungere e sul quale riflettere: la scuola, il ragazzo e le regole.
Nella scuola esse ci sono e, se ci sono, bisogna (bisognerebbe?) rispettarle. Ma, spesso, gli allievi, parlo per diretta e quotidiana esperienza, e cito ancora De Bortoli, di cui faccio mia l'amara constatazione, “hanno l'idea di potere aggirare le regole in una sorta di flessibilità continua.”

Mi spiego: sui distributori di bevande ed alimenti del nostro Istituto, campeggia, in limpidi e chiari caratteri, la norma che ne limita l'uso soltanto durante l'intervallo.
Regola mai fu più disattesa. Non faccio riferimento ai casi di emergenza, quali malessere, calo di zuccheri o altro, ma all'abitudine, ormai consolidata, degli studenti, di accedere alle “macchinette” ad ogni cambio d' ora ed anche durante le ore di lezione. E ho osservato, con diligente attenzione, nonché interesse, le tattiche messe in atto per trasgredire il divieto: si sono dimostrate precise e razionali quanto il famoso piano Schlieffen.

Tattica dell'atleta allenato. Il ragazzo, indeciso tra una cioccolata o un caffè (mi sovvien l'indugio del “giovin signore”, di pariniana memoria, al momento del risveglio), vede in lontananza la sottoscritta o alcuni altri, purtroppo rari, insegnanti, che rivestono il ruolo del mitico Cerbero. In un lampo, il tapino si nasconde in bagno, o sale o scende con nonchalance le scale per uscire dalla zona nemica e sperare di entrare in una sicura terra di nessuno.

Tattica della morte del cigno. La scena è la stessa ma, questa volta, lo studente lascia che l'insegnante, sempre il solito Cerbero di turno, si avvicini: “Prof, ho mal di pancia, sto male, ho bisogno di mangiare o di bere qualcosa”. Visto che questa situazione si verifica piuttosto spesso, appare evidente che la nostra scuola è frequentata da allievi dalla salute molto cagionevole.

Tattica del ti sfido “a viso aperto”. La citazione appartiene a Dante, ma certamente non va letta nel senso che il poeta le attribuì quando la fece pronunciare all'avversario Farinata, nel decimo canto dell' “Inferno”. Ancora la stessa scena. Ma, questa volta, Cerbero ha trovato chi gli dà del filo da torcere e si sente apostrofare così: “É mai possibile che non ci sia giorno in cui qualcuno non ti rompa le scatole?”.

Tattica delle truppe d'assalto. Ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale. Questa tattica viene messa in atto durante il cambio d'ora e, se è vero come è vero, che l'unione fa la forza, gruppi numerosi e impavidi di studenti, che giocano sulla potenza del numero, si concedono una pausa sorseggiando qualche bevanda o sbocconcellando qualche gustosa e “salutare” merenda presso i distributori. Non c'è regola che tenga. La fame è fame e la sete è sete. Non bisogna sottovalutare, poi, l'amenità del simposio. Ci voleva proprio, magari dopo la prima ora di lezione!

Di fronte a cotanta sfrontatezza, il solito povero e ormai frustrato Cerbero non può che arrendersi e constatare la sua impotenza.
A questo punto sorge spontanea una domanda: visto che le regole non si rispettano, non sarebbe preferibile cancellarle? Senza di esse “(...) fora la vergogna meno”, scriveva il buon Dante!
E allora? La scuola deve abdicare al suo ruolo principe, cioè quello di educare?
Non sono d'accordo. Nella scuola gli studenti devono imparare a diventare cittadini consapevoli e, in primis, devono rendersi conto che non è possibile coltivare l'idea “di poter aggirare le regole in una sorta di flessibilità continua”, dato che la sanzione non giunge mai.

Nonostante queste amare considerazioni, nutro ancora qualche speranza.
In chi? In tutti quegli allievi che non aggirano le regole e ai quali va la mia stima, e per i quali nutro un sentimento di profonda gratitudine. Saranno proprio questi a portare avanti quel modello di comportamento, grazie al quale si costruisce il concetto di cittadinanza di cui si è detto.
So che non è facile essere esempi positivi. Ma è sicuramente qualcosa di straordinario.

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