Scrivono i Prof

La scuola si in-forma. Corso sui DSA (Disturbi Specifici dell'Apprendimento): consigli per docenti, studenti, genitori.

Scritto da Redazione il 02 Febbraio 2011.

Particolare di copertina del libro di G.Stella,  La dislessia, Il Mulino, Bologna, 2004

Organizzati dal CTI (Centro territoriale per l’integrazione), si stanno tenendo presso l’Istituto “Luzzatto” di Portogruaro due corsi di “in-formazione” sui DSA: i disturbi specifici dell’apprendimento, rivolti sia ai docenti curricolari che agli insegnanti di sostegno. Entrambi i corsi (ciascuno della durata di otto ore, divise in due pomeriggi) sono tenuti dalla professoressa Adriana Volpato, docente di scuola secondaria, specializzata nella didattica per gli alunni con DSA.

Quaranta, circa, i docenti degli Istituti superiori di secondo grado che stanno partecipando al primo corso, rivolto alle scuole del Portogruarese. Alcuni provengono dall’IPSIA “D’Alessi”, dall’ISIS “Luzzatto”, dall’ITIS “Da Vinci”; oltre una quindicina anche gli insegnanti del nostro Istituto, buona parte dei quali seguirà anche il secondo corso, che si terrà a marzo ed avrà un’impostazione più laboratoriale.

Al termine del secondo incontro, abbiamo chiesto alla professoressa Volpato di sintetizzare per il LogBelli il “senso” di questi incontri, volti innanzitutto a sensibilizzare uno sguardo nuovo: un modo diverso di vedere alcune situazioni che sempre più spesso si incontrano nelle classi e per le quali tante volte non si hanno risposte o si formulano giudizi seguendo criteri obsoleti.

“Lo scopo della in-formazione”, ha sottolineato la professoressa Volpato, “nasce dalla necessità di condividere con la scuola l’idea fondamentale che, se non si attiva precocemente una didattica personalizzata, anche l’alunno dotato di un quoziente di intelligenza estremamente alto e con un DSA molto lieve, a scuola non ce la fa. E’ fondamentale quindi per la scuola, in particolare nelle figure degli insegnanti curricolari, acquisire modalità didattiche che permettano l’apprendimento dell’alunno con un disturbo specifico dell’apprendimento”.

Cosa si intende esattamente per “dislessia”?

“Essere dislessici non significa avere una malattia: prendo una medicina, seguo delle cure e prima o poi guarisco. E’ un disturbo che caratterizza l’alunno e che lo accompagna per tutta la vita. Si parla di “dis-lessia” (ma lo stesso vale per la “dis-calculia”, la “dis-ortografia”, la “dis-grafia”) quando non si attiva il processo di automatizzazione, o non si attiva completamente. Questo significa che l’alunno, quando esegue un esercizio, legge, produce un componimento scritto, è come si trovasse per la prima volta di fronte a tale richiesta.

Per la realizzazione della consegna data dall’insegnante necessita quindi di maggior tempo, di strumenti compensativi – dispensativi, di verifiche personalizzate e di criteri di valutazione che tengano conto di alcuni aspetti e, viceversa, non ne prendano in considerazione altri. Ciascuno studente è un ‘unicum’ e ogni ragazzo ha bisogno dei ‘suoi’ strumenti dispensativi e compensativi, che vanno aggiornati e possono essere elastici”.

Cos’altro può e deve fare la scuola per questi ragazzi?

“La legge 170 sui DSA del 08 - 10 - 2010 prevede che se la scuola, nella figura del docente, osservando lo studente, ha evinto una serie di caratteristiche che facciano presumere che l’allievo possa avere un disturbo specifico dell’apprendimento, deve comunicarlo alla famiglia, invitando quest’ultima ad una valutazione presso un centro ASL o un centro accreditato”.

Qual è il compito della famiglia?

“Alla famiglia spetta la repentina comunicazione all’Istituto frequentato dal figlio, qualora l’allievo sia in possesso di diagnosi e le è poi chiesta una piena collaborazione con la scuola per l’avvio al percorso didattico personalizzato. Fondamentale è poi la figura del tutor pomeridiano, che coordina e pianifica l’attività di studio a casa e che deve incontrare gli insegnanti dell’alunno per condividere il lavoro domestico come continuazione del lavoro svolto in classe.

La famiglia non deve sentirsi sola, perché può essere supportata dai referenti ASL, dall’ ‘Associazione italiana dislessia’, e ricevere valide informazioni relative anche alle normative più recenti o rispetto agli strumenti compensativi che, per la scuola superiore, sono prettamente a carattere informatico: la sintesi vocale, i libri in formato PDF, la costruzione di mappe per l’attività di studio, oltre a tutti gli altri strumenti (tabelle, tavole, formulari…) che si ritengano utili per l’apprendimento dell’alunno con DSA”.

Come è possibile aiutare gli studenti a convivere serenamente con “il loro” disturbo specifico dell’apprendimento?

“E’ importante ricordare ai ragazzi che, come detto, si tratta di un disturbo e non di una malattia, e che dunque…è un po’ come avere gli occhi azzurri anziché verdi. Nasci con quegli occhi lì e te li porti in giro per tutta la vita: sono parte di te, sono ‘te’. Ci si convive. Preso atto di questo, si cercano, aiutati dagli adulti, ma anche autonomamente, strategie compensative. E poi si lavora con il ‘gruppo-classe’, ricordando a ciascuno degli allievi di quella classe che ognuno di noi ha dei punti di forza e dei punti di debolezza: nessuno è una ‘schiappa’ in tutto o è eccezionale in tutto!

Qualcuno magari fatica a leggere, perché non può e non potrà automatizzare questo processo, ma eccelle in altre abilità. Se ci guardiamo intorno, è un discorso che vale assolutamente per tutti! Ciascuno studente, con o senza un DSA, è, per i docenti, come una specie di ‘crosta dura’, che a volte appare impenetrabile; noi adulti sappiamo bene, però, che TUTTI i ragazzi, al di sotto della ‘crosta’, hanno una linfa, la “loro” linfa: unica, irripetibile, vitalissima. E’ compito del giovane e degli adulti con cui si relaziona (genitori e docenti) scoprirla, valorizzarla, renderla una risorsa per sé e per gli altri”.

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