Scrivono i Prof

Cammina l'uomo quando sa bene dove andare

Scritto da prof.ssa Luisella Saro il 15 Maggio 2011.

Moduli
“Eppure è così semplice…”.
Due facciate da compilare. Questo chiede il nostro Istituto agli studenti di quinta che si accingono ad affrontare l’esame di Stato ormai imminente. Due facciate.
Titolo dell’approfondimento, motivazioni, obiettivi, contenuti, metodologia, bibliografia. Null’altro.
Eppure ogni anno è la stessa storia. Si arriva a maggio e quelle due facciate, per tutti, paiono la salita dell’Everest.
Eppure è così semplice, ti dici ascoltando perplessa le loro domande sempre uguali a cui sei certa di aver già dato mille volta risposta.
Perché tanta fatica, ti domandi. Da cosa dipende questo loro non sapere da dove partire, come cominciare la presentazione dell’ approfondimento scelto per iniziare il colloquio d’esame…
Mentre, una volta ancora, pazientemente ascolti e rispondi, ed entri in classe con del materiale, e con nuove indicazioni bibliografiche, e suggerisci agganci  possibili tra le discipline, ad un tratto ti blocchi e glielo dici quel che pensi davvero: “…eppure è così semplice!…”.
“Bella roba!”, sbotta infastidita la studentessa dell’ultima fila. “Sarà semplice per lei, che è una prof., ama scrivere ed è da anni che fa esami di Stato…”.
No, non è questo a rendere “semplice” la compilazione dei due fogli. Non è l’allenamento alla scrittura, non è l’aver ascoltato ormai centinaia di studenti all’esame e nemmeno l’aver concluso l’Università con una tesi di laurea…quasi venticinque anni fa. Non è questo.
“Eppure è così semplice…”, ripeti guardandoli negli occhi sorridendo. “In fondo, basta fermarsi a pensare e poi raccontare…la verità. Scrivere ciò che ha mosso e muove ciascuno ad approfondire ‘quell’argomento’ anziché un altro; a seguire ‘quella strada’ anziché un’altra”.
Di fronte a me, occhi smarriti. Sembra parli arabo.
“Vedete” – mi viene in mente – “scrivere quelle due facciate è un po’ come fare l’analisi logica al contrario”.
Osservo i ragazzi e, ancora confusi, ora però mi paiono più attenti; forse curiosi di vedere dove andrà a parare, questa volta, la loro insegnante di italiano “un po’…così”.
Cerco di spiegarmi meglio. “Basta individuare con chiarezza il complemento di causa e di fine; basta indicare il soggetto e il complemento di modo e poi mettere nero su bianco. Tutto qui. Vedete? Più semplice di quel che non pensiate”.
Solo adesso mi accorgo che è come avessi trovato la chiave finalmente giusta per la serratura che sembra uguale, ma che per ciascuno è meravigliosamente diversa. E solo adesso comincio ad incrociare sguardi che si rasserenano. E sorrisi.
Esplicito, ma il cuore mi dice che l’essenza di quel che i ragazzi avevano bisogno di capire è stata capita. Esplicito.
“Motivazioni”. Bisogna chiedersi e poi raccontare perché si è deciso di scegliere “quell’argomento” e non un altro. E’ la “causa”: la molla che ci ha spinti ad andare a fondo, a comprendere di più “qualcosa” che nel corso dell’anno (o, ancor meglio, della vita) ci ha toccati in modo particolare. Più è forte e vero il desiderio, più mi impegno volentieri, più sarò credibile di fronte alla commissione, più il lavoro sarà utile – e bello – innanzitutto per me.
Neanche dire che casca il palco se faccio “copia – incolla” da internet o, preso dalla disperazione, mi butto senza voglia in un argomento suggerito fuori tempo massimo dall’insegnante o da chicchessia. Come indossare il vestito di un altro. Lo vedi da un chilometro che è fuori taglia, che non ti cor-risponde (e cioè non risponde al tuo cuore), che non ti rap-presenta: non dice “chi sei”!
“Obiettivi”. E’ il complemento di fine. Racconto qual è lo scopo del mio lavoro: dove voglio arrivare, cosa mi prefiggo di ottenere dalla mia ricerca.
Mentre parlo con loro, penso a Loredana: la mia collega di Lettere che lo scorso anno, tra maggio e giugno, ha deciso di fare il Cammino di Santiago. Aveva le sue personalissime ragioni per partire ed aveva ben chiaro dove voleva arrivare. Obiettivo: Santiago. Sapeva che sarebbe stata una faticaccia, ma sentiva che ne sarebbe valsa la pena, perché “…cammina l’uomo” – recita una canzone a me cara – “quando sa bene dove andare”. E’ così anche per la “tesina” d’esame, perché è così per la vita tutta.
“Contenuti”. E’ il soggetto dell’approfondimento che ho deciso di fare. Scrivo di cosa parlerò, quali aspetti tratterò, all’interno di quali discipline. Illustro alla commissione attorno a cosa ruoterà la mia analisi, su cosa focalizzerò l’attenzione.
“Metodologia”. E’ il complemento di mezzo. Spiego come mi sono mosso: da dove sono partito, che strade ho percorso, utilizzando quali strumenti.
Penso ancora alla mia amica Loredana che è partita da Roncisvalle e, passo dopo passo, è arrivata a Santiago. Come? Gliel’ho chiesto.
Scarponi in goretex impermeabili, alti per proteggere le caviglie. Per scaricare parte del peso sulle braccia e avere stabilità in terreni accidentati, le racchette. Sempre una bottiglia d’acqua da mezzo litro nel marsupio. Un cappello da sole leggero e traspirante, con cordicella sotto il mento sennò il vento lo porta via. E naturalmente lo zaino. Biancheria intima, due magliette, due paia di pantaloni, una felpa leggera, una giacca a vento traspirante, una mantella in caso di pioggia, calzini tecnici spessi e rinforzati, crema per i piedi.
E’ partita da Roncisvalle, ha seguito un percorso un po’ in piano un po’ in salita, un po’ col bel tempo un po’ sotto la pioggia. A chi le chiede di raccontare, racconta volentieri. Le si illuminano gli occhi e, di solito riservata, quando parla di Santiago de Compostela sembra un fiume in piena. Credo non faticherebbe a compilare le due facciate che chiede l’Istituto agli studenti di quinta!
Racconta con semplicità e con passione, perché è un cammino che ha scelto, che ha “sentito”, che ha vissuto intensamente ed è diventato, ora, parte di lei.

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