Scrivono i Prof

"1913-2013, un anniversario"

Scritto da Prof. B il 03 Dicembre 2013.

“La cugina del nonno – mia prozia – presso la quale abitavamo, era la madre di quella zia Léonie, che, dopo la morte del marito, lo zio Octave, non aveva più voluto lasciare, prima Combray, poi a Combray la sua casa, poi la sua stanza, infine il suo letto, e non «scendeva» più, sempre giacendo in uno stato incerto di dolore, di debolezza fisica, di malattia, d’idea fissa e di devozione. Il suo appartamento particolare dava sulla via San Giacomo, che andava a terminare molto più lontano, al Prato Grande (per opposizione al Praticello, che verdeggiava nel centro della città, in mezzo a tre strade) e che, uniforme, grigiastra, con i tre alti scalini d’arenaria davanti a quasi tutte le porte, dava l’effetto di una sfilata trattata da un intagliatore di figure gotiche con la stessa pietra con cui avrebbe scolpito un presepio o un calvario. Mia zia in realtà non abitava più che due stanze vicine, stando il pomeriggio nell’una mentre si dava aria all’altra.
Erano di quelle stanze di provincia che – nel modo stesso come in certi paesi, parti intere dell’aria o del mare sono illuminate o profumate da miriadi di protozoi che non vediamo – ci incantano dei mille odori che vi sprigionano le virtù, la prudenza, le abitudini, tutta una vita segreta, invisibile, sovrabbondante e morale che l’atmosfera vi tiene sospesa; odori naturali ancora, certo, e color del tempo come quelli della campagna vicina, ma già casalinghi, umani e stantii, squisita industriosa limpida conserva di tutte le frutta dell’annata che han lasciato gli alberi per la dispensa; stagionali, ma mobileschi e domestici, con quell’asprezza della brina mitigata dalla soavità del pane caldo; oziosi e puntuali come un orologio di paese, svagati e precisi, incuranti e previdenti, lindi, mattutini, devoti, giocondi d’una pace che non dà che una più forte agitazione e l’accrescere d’una prosaicità che serve come vasto serbatoio di poesia, a chi vi passa senz’avervi vissuto. L’aria lì è satura dell’essenza d’un silenzio così protettivo, così succulento che io non mi v’inoltravo che con una sorta di golosità, soprattutto in quei primi mattini ancor freddi della settimana di Pasqua, in cui meglio li assaporavo perché non ero a Combray che da poco: prima d’entrare a dare il buongiorno alla zia, mi facevano aspettare un momento, nella prima stanza, dove il sole, invernale ancora, era venuto a mettersi al caldo davanti al fuoco, che era già acceso fra i due mattoni e pennellava di un odor di fuliggine tutta la stanza, ne faceva come uno di quei grandi camini di campagna, o come di quelle cappe di camino nei castelli sotto le quali viene il desiderio che fuori si scateni la pioggia, la neve, fors’anche qualche catastrofe diluviana, perché s’aggiunga al conforto dello stare al chiuso la poesia invernaleggiante; facevo qualche passo dall’inginocchiatoio alle poltrone di velluto spugnoso, sempre rivestite d’un poggiacapo lavorato all’uncinetto: e il fuoco, cuocendo come una pasta gli appetitosi odori di cui l’aria della stanza era tutta rappresa, gli odori che la frescura mista e soleggiata del mattino già aveva mosso e lievitato, li sfaldava, li dorava, li plasmava, li faceva gonfiare, ne creava un’invisibile e palpabile focaccia provinciale, un immenso «bombolone», dove io, appena assaggiati gli aromi più croccanti, più fini, più celebrati, ma anche più asciutti dell’armadio a muro, del comò, delle carte arabescate, tornavo sempre a invischiarmi con bramosia segreta nell’odore mediano, appiccicoso, insipido, indigesto e fruttaiolo del copriletto a fiori.”

[M. Proust, La strada di Swann, trad. it di N. Ginzburg, Einaudi, Torino, 1949 e 1998; ora in Id., Alla ricerca del tempo perduto, Einaudi, Torino, 2008, pp. 38-9.]

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