Progetti e attività

Osservazioni sullo stage formativo

Scritto da Elisa Nadalon, 5 CS il 24 Maggio 2010.

Dall’8 al 12 febbraio 2010 ho svolto, insieme alla mia classe, la 5C dell’Istituto “Marco Belli”, indirizzo sociale, uno stage presso la scuola elementare di Santo Stino di Livenza.
Io sono stata inserita in una classe seconda, dove c’erano 21 alunni, di cui 9 maschi e 12 femmine.
Era una classe molto vivace, chiacchierona e facile alla distrazione, per cui i ritmi di apprendimento erano molto lenti, tanto che la classe risultava molto indietro con il programma scolastico rispetto alle altre due seconde.
In classe c’era anche un bambino autistico, che non giocava con nessuno. Durante la ricreazione, continuava spesso a fare i compiti, mentre tutti gli altri bambini giocavano insieme. Quando chiedeva qualcosa alle maestre, non le guardava mai negli occhi.


E’ un bambino molto bravo nelle materie scientifiche (ad esempio in matematica), mentre è carente in quelle umanistiche, come l’italiano e la storia. Ha anche dei problemi ad esprimersi a livello verbale.
Nonostante ciò, le maestre secondo me lo stimolavano poche volte a parlare e a relazionarsi con gli altri bambini e l’aspetto che più mi ha rattristato è che questo bambino veniva il più delle volte preso in giro da due suoi compagni di scuola. Ogni giorno andava dalle maestre a chiedere di essere cambiato di banco, ma veniva semplicemente rimandato al posto senza alcun provvedimento da parte delle docenti.
Nella classe erano presenti anche quattro bambini stranieri di diverse nazionalità, che avevano molte difficoltà ad imparare la lingua italiana. C’era ad esempio una bambina indiana, la quale non sapeva leggere l’italiano, non riusciva a scrivere sotto dettatura e non distingueva bene le lettere dell’alfabeto: ad esempio confondeva la “n” con la “l”, oppure non sapeva riconoscere la “d”. La bambina se devo essere sincera non mi pareva molto seguita dalle maestre, anzi, mentre tutti gli altri bambini scrivevano o leggevano, lei, non sapendo bene l’italiano, disegnava proprio per rispondere ad una precisa consegna dell’insegnante.
Durante questa settimana di stage, le maestre mi hanno autorizzato più volte a seguire questa bambina: la aiutavo a scrivere sotto dettatura, a leggere e a svolgere gli esercizi.
Di giorno in giorno, acquisiva sicurezza e manifestava dei progressi: aveva cominciato a distinguere alcune lettere dell’alfabeto e sapeva leggere qualche parole. Tuttavia, quando non veniva aiutata da me o da una sua compagna, non riusciva a seguire la lezione e le maestre non le prestavano attenzione, forse anche per mancanza di tempo. L’insegnante di matematica, ad esempio, rinunciava a dettarle la consegna dell’esercizio, perché pensava che la bambina, non sapendo né leggere né scrivere, non sarebbe riuscita a risolverlo.
In realtà, la bambina è molto brava con i numeri, anzi sa già le “tabelline”; infatti, bastava solo dettarle con calma la consegna dell’attività da svolgere e lei si arrangiava a risolvere l’esercizio, il più delle volte senza neanche un errore. A mio parere, a questa bambina serviva un aiuto quotidiano a scuola, come ad esempio un insegnante di sostegno.
Gli altri bambini stranieri erano, chi più e chi meno, al passo con il programma scolastico ed erano integrati nel gruppo classe.
Le maestre utilizzavano dei metodi d’insegnamento molto semplici: per esempio, in inglese, per imparare gli indicatori spaziali, l’insegnante aveva fatto imparare ai bambini una canzoncina, oppure, in italiano, per imparare la regola dell’ “H”, la maestra ha utilizzato una filastrocca molto semplice.
Nel corso della settimana, i bambini hanno disegnato e giocato molto, forse anche troppo. Le insegnanti spiegavano infatti solo lo stretto necessario e il resto dell’ora veniva dedicato ad attività manuali (ad esempio colorare dei disegni) inerenti la spiegazione.
I bambini erano abituati ad avere estranei in classe, come ad esempio stagisti o tirocinanti. Il primo giorno, al mio arrivo, erano un po’ titubanti e allo stesso tempo incuriositi dalla mia presenza. Poi, però, i bambini hanno cominciato a conoscermi e ho instaurato un bel rapporto con loro, al punto tale che l’ultimo giorno erano dispiaciuti che me ne andassi.
L’aula era molto piccola, tant’è che i 21 banchi erano divisi da degli stretti corridoi. Ogni giorno non mancavano dei piccoli “incidenti” in classe, ad esempio bambini che inciampavano perché non c’era molto spazio per muoversi…
Tutto ciò credo sia dovuto in gran parte all’inadeguatezza della struttura scolastica, resa ancor più grave dai numerosi tagli ai fondi nazionali destinati all’istruzione. Ma affrontando questa tematica, mi rendo conto che aprirei un capitolo molto lungo…

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