Progetti e attività

A fare si impara facendo

Scritto da prof. Dario Schioppetto il 12 Aprile 2010.

A fare si impara facendo

“[…] le cose che bisogna avere appreso prima di farle, noi le apprendiamo facendole: per esempio, si diventa costruttori costruendo, e suonatori di cetra suonando la cetra.”

Aristotele, Etica a Nicomaco, II, 1103 a33.

Scrivere per inaugurare un nuovo giornale è sempre simpatico: far venire al mondo “a’ creatura” apre a tutti noi, insegnanti e studenti di questo Istituto, uno spazio libero dove poter esprimere le nostre opinioni e i nostri sentimenti, le nostre idee e i nostri ragionamenti. Scrivere queste poche parole iniziali è per me inoltre un doppio piacere: lo faccio per diletto e mestiere, ed è la cosa che più mi diverte, perché ancora non ho capito dove termina uno e finisce l’altro; e lo faccio perché finalmente finisce su carta ( pardon, su rete…) per merito di Luisella, Sergio e Graziella un desiderio del mio (e nostro) compianto e carissimo amico Angelo Benvenuto, con il quale a lungo abbiamo discusso su come offrire alle persone uno spazio d’espressione. Da dov’è ora mi ha gentilmente prestato per una mezz’ora la sua penna, e io ci ho messo solo la carta. Le poche cose che dirò sono a suo nome.

Luisella (almeno qui lasciamo perdere titoli e cognomi, tanto la conoscete tutti) qualche giorno fa mi ha detto “Dario, mi raccomando, scrivi qualcosa sugli stages del nostro Istituto per il giornalino!”. E siccome le sue richieste sono sempre segnate da una gentilezza e da una cortesia almeno pari alla sua determinazione di dolce ussaro austro-venetico, la nostra amicizia mi impone di risponderle a stretto giro ma, non temete, in breve.

Una cosa che la nostra scuola ha sempre avuto sin  da quando è nata nella sua forma attuale sono, per l’appunto, gli stages. Chiariamo anzitutto un dilemma che sempre affligge tutti gli studenti e i genitori della scuola (e forse anche qualche docente): si pronuncia stage (stàʒ) alla francese o steig (stéιdʒ) all’inglese? La pronuncia corretta è alla francese (infatti in inglese stage significa “palco” o “palcoscenico”, oppure  “fase”, “tappa di un percorso”). Cosa sono? Si tratta di brevi periodi di tirocinio formativo (così possiamo tradurre la parola francese stage), tipicamente propri della formazione professionale, che nella nostra scuola sono invece previsti anche all’interno di un percorso liceale. Il motivo principale, che ci ha indotto sin dal 1998 ad adottare questo modo di imparare legato all’esperienza pratica, ce lo illustra con il buon senso e la profondità di sempre il breve passo di Aristotele che ho messo in esergo all’inizio: prima di fare, nel tempo in cui si impara, si impara facendo. Così i bambini è meglio anche vederli dal vivo in una classe anziché studiarli solo sul manuale, gli anziani hanno bisogno di un po’ di concreta e solidale compagnia in una casa di riposo oltre che nel capitolo sulla terza età del libro di Scienze Sociali, e le persone di un altro Paese, se mangiamo a cena a casa loro, parliamo e viviamo assieme per un paio di settimane, non sono più dei semplici estranei, da prendere magari un po’ in giro con luoghi comuni, ma amici e genitori da cui passare poi anche le vacanze estive.

Ecco, lo spirito che ha animato quelli tra noi docenti che dodici anni fa c’erano a scuola (e anch’io tra essi) a scegliere di introdurre queste brevi esperienze di mondo reale in quello dei libri è stato tentare di far uscire i nostri studenti dall’acquario. Eh sì, perché spesso la scuola è come l’acquario di Nemo, l’atrofico e fortunato pesciolino della Disney, i cui amici pensano che il suo universo sia nella palla di vetro nello studio del dentista prima di accorgersi che l’oceano vero è fuori, pericoloso e affascinante assieme. Sono (e tanti di noi docenti lo sono) convinto che la maggiore riforma della nostra scuola, la scuola di tutti, di ogni ragazzo/a e di ogni famiglia, oltre che attraverso nuove leggi, passi per una sana, robusta e concreta iniezione di pratica nella vita dello studio teorico. Quindi, caro studente che hai scelto o stai per scegliere il nostro Istituto, negli anni che passerai qui devi aspettarti questo: in qualche occasione, dove riusciamo e siamo capaci, dove le condizioni lo consentono, e spesso anche i pochi soldi che ci sono, con l’aiuto prezioso della tua famiglia e di tanti amici nel territorio, di tutti noi insegnanti e dei collaboratori della scuola, passerai  un po’ di tempo anche “fuori”. “Fuori” in una famiglia della Svezia, della Germania o del Canada; in una scuola della Finlandia, o della Polonia, o della Francia; in un Istituto che assiste i  disabili, o a teatro con gli amici/pazienti di un Centro di Salute Mentale, o a festeggiare una nonnina di cento anni nella casa di riposo del tuo Comune; in un ufficio dove organizzano un lavoro, o a dare informazioni ai turisti, o assieme agli immigrati che cercano di rifarsi una vita.

Certo, si tratta di esperienze, per così dire, protette: non si gioca senza rete con i ragazzi, anche i trapezisti atterrano sul morbido. E si tratta di esperienze in genere piuttosto brevi, una settimana o due, oppure, negli stages estivi, anche un mese e mezzo, ma con orari ridotti. Ma siamo convinti che, se molti ragazzi di tanti di noi docenti si scorderanno, di queste esperienze brevi di vita reale ricorderanno con piacere l’uscita dal guscio protettivo della famiglia per nuotare all’aperto. Credeteci, abbiamo fatto in questi anni, con fatica, del nostro meglio per consentirlo. E se il nostro meglio non è bastato, vuol dire che dobbiamo migliorare.

Come diceva Oscar Wilde, l’esperienza è una strana insegnante: prima ti fa l’esame, e poi ti spiega la lezione. Il mio amico Angelo diceva che “siamo quelli che incontriamo”. Incontrare il mondo e gli altri, lì, fuori dalla scuola, è la migliore esperienza di vita che possiamo fare per capire meglio quello che ci studiamo dentro.

  • Lo scorso anno scolastico è iniziato il progetto di scambio culturale tra il nostro Istituto e gli studenti canadesi del Québec, iscritti al Cégep di Chiocoutimi, un istituto pre-universitario. Questa attività ha coinvolto noi studenti delle classi 5° DS, 5° CS e 4° CS. Con questa esperienza abbiamo potuto conoscere lo stile di vita, il modo di parlare, vestire, comportarsi e di pensare dei nostri coetanei del Québec. Gli scambi culturali che organizza la nostra scuola sono dei veri e propri stage formativi, in cui si entra in contatto con culture, persone e luoghi diversi da quelli in cui siamo abituati a vivere ogni giorno. Ci si mette in gioco, ospitando i ragazzi nella propria casa ed essendo ospitati da loro, sforzandosi di parlare una lingua straniera. Nelle settimane dello scambio, si esce dalla routine del quotidiano e si fa un’esperienza affascinante ed utile che può entusiasmare ma anche far riflettere su di sé, sugli altri e sul nostro personalissimo modo di porci nei confronti del ‘diverso’ e delle nuove esperienze. Lo stage ci ha dato soprattutto il modo di sbirciare che cosa c’è in giro per il mondo, ben oltre i muri della scuola. Mentre preparavamo l’accoglienza per i ragazzi canadesi, abbiamo scambiato i nostri contatti mail e facebook con i nostri futuri ospiti. I Canadesi sono arrivati a Portogruaro venerdì 22 maggio e li abbiamo ospitati nelle nostre famiglie. Nella prima mattinata al “Marco Belli”, i ragazzi sono stati accolti dal preside ed hanno poi incontrato il sindaco di Portogruaro. Successivamente, hanno iniziato un corso d’affresco organizzato appositamente per loro, dato che erano per la maggior parte degli studenti d’arte. Dopo una prima occhiata alla nostra Portogruaro, i ragazzi, nei giorni successivi, hanno avuto modo di visitare Trieste, Aquileia e le isole veneziane ed hanno poi dedicato un’intera giornata ad una visita approfondita di Venezia che, in quanto ad arte, “sa il fatto suo”. Durante il corso d’affresco, i nostri partner canadesi hanno avuto modo di realizzare dei murales che ci hanno lasciato come ricordo e che si trovano ora all’interno della scuola. Il venerdì successivo li abbiamo salutati, poiché sono partiti prima per Firenze e poi per Roma, concludendo il loro tour europeo che li aveva portati in precedenza a Parigi e Milano. Dopo le vacanze estive è toccato a noi raggiungere il Québec, regione francofona del Canada. Siamo partiti il 29 settembre, accompagnati dai prof. Mario Defina e Paola Franchi; da Venezia abbiamo preso un volo per Montréal. Una volta arrivati, dopo il lungo viaggio aereo, ci siamo sistemati in albergo e, nei due giorni successivi, abbiamo esplorato la città. Una visita è stata dedicata al Consolato italiano, dove i responsabili ci hanno illustrato la realtà quèbechiana in termini di lingua, possibilità di studio, lavoro, immigrazione, identità nazionale e politica. Uno sguardo d’insieme sul Québec e il Canada. Nei due giorni trascorsi a Montréal abbiamo inoltre visto diverse mostre d’arte contemporanea e classica sotto la guida di Simon-Pierre, il professore canadese che ci accompagnava. Venerdì 2 ottobre siamo finalmente arrivati a Chicoutimi e abbiamo reincontrato i nostri rispettivi partner, sistemandoci a casa loro e ricominciando a vivere di persona il rapporto che avevamo instaurato con loro in Italia; legame che era proseguito via internet durante l’estate. Il giorno seguente abbiamo ammirato il fiordo di Saguenay, grazie ad una gelida ma affascinante gita in traghetto. Il lunedì successivo siamo stati accolti al Cégep, il loro Istituto pre-universitario, caratteristico della regione. Questa struttura è lontana anni luce dagli Istituti a cui siamo abituati in Italia: è infatti provvista di ogni cosa, utile o dilettevole, per lo studente; dagli armadietti personali alla piscina, dai laboratori per le specializzazioni tecniche e scientifiche a quelli d’arte. Sempre a proposito di arte, abbiamo realizzato anche noi delle piccole opere di Land Art, componendo le nostre idee unicamente con materiali naturali o destinati al riciclo, trovati nel boschetto adiacente alla scuola. E’ stato divertente anche per noi (non proprio dei veri studiosi d’arte) provare a realizzare qualcosa che all’arte potesse almeno assomigliare. Il giorno dopo, tanto per rimanere in tema, abbiamo assistito ad una lezione al Cégep, naturalmente d’arte, tenuta da Helen, l’altra prof. che ci accompagnava. Proprio durante questa lezione è intervenuta una truppe della TV locale, che ha dedicato un’intervista ad alcuni di noi. L’intervista è stata poi trasmessa dal notiziario regionale, rendendoci semi-famosi. Venerdì 9 ottobre siamo partiti alla volta del campeggio indiano “Plume blanche”, facendo tappa al museo ILNU, dove siamo entrati per la prima volta in contatto con la storia e la cultura di questo popolo di nativi americani. La sera stessa, giunti al campeggio, siamo stati accolti da Claude, il responsabile dell’attività, nonché diretto discendente ILNU. Claude ci ha fatto accomodare nelle tende indiane dove abbiamo dormito per due notti, mentre di giorno abbiamo potuto scoprire come vivevano e vivono tuttora i nativi americani e i loro discendenti. Una volta terminata la nostra permanenza al campeggio, abbiamo salutato Claude e siamo tornati a Chicoutimi per trascorrere l’ultima notte a casa dei nostri amici canadesi. Lunedì 12 ottobre, con un bel po’ di emozione generale, abbiamo salutato i nostri compagni canadesi e abbiamo preso la via di casa. E’ stata un’esperienza bella da vivere e ci sentiamo di consigliarla caldamente a tutti gli studenti che in futuro avranno la possibilità di ripeterla. Oltre ai tanti momenti istruttivi non sono infatti mancate le occasioni di divertimento e di relazione con i ragazzi canadesi: siamo usciti la sera, sia in Italia che in Canada ed abbiamo così avuto modo di conoscerci bene, oltre l’ambito puramente scolastico. Per la verità, o momenti forse più belli sono stati proprio quelli in cui abbiamo condiviso la nostra giornata con questi ragazzi della nostra età, vedendo il loro modo di vivere, senza tanti filtri. Abitano dall’altra parte del mondo, ma abbiamo creato un rapporto d’amicizia che, seppur a distanza, cerchiamo di mantenere vivo ancora oggi. Questo stage è stato reso possibile anche grazie ad un finanziamento ricevuto dalla regione Veneto, tramite la nostra partecipazione al bando “Giovani produttori di significati 2009 (G.P.S.)". Il bando G.P.S. mira a valorizzare l’attività giovanile, dalla ricerca scientifica, all’arte, alla tecnologia, allo sviluppo sostenibile, etc. agevolando gli Enti e le realtà del privato sociale a incentivare la costruzione di spazi aggregativi, come luoghi che sviluppano conoscenze e competenze, come spazi di confronto relazionale e sostenendo direttamente le idee migliori dei gruppi informali di giovani. Il nostro gruppo informale, denominato Turisti non per caso, è composto da alcuni di noi, studenti dell’Istituto, ed ha ottenuto l’approvazione del progetto “La sostenibile leggerezza del turismo giovanile”, nel contesto dello sviluppo sostenibile. Il nostro piano era quello di fare pratica di turismo sostenibile: un approccio al turismo che si preoccupa per l'ambiente dei luoghi visitati dal turista e per il benessere delle popolazioni che vi abitano. E’ un turismo che non distrugge le risorse naturali e non compromette la possibilità delle future generazioni di perdurare nello sviluppo, preservando la qualità e la quantità del patrimonio e delle riserve naturali. Come previsto dal progetto G.P.S. , il nostro gruppo informale a breve si costituirà in un’ associazione culturale ed avrà sede nella nostra scuola. Per chi fosse interessato, è disponibile un DVD che riassume la nostra esperienza in un breve filmato.
  • Quest'anno è stato proposto alla mia classe e alle altre classi quinte dell'indirizzo sociale di partecipare ad uno stage formativo presso la scuola materna "Jean Piaget", o presso la scuola elementare di Santo Stino di Livenza. A questo proposito, la nostra classe ha dovuto dividersi in due gruppi per svolgere lo stage della durata di sei giorni. Io ho scelto di andare alla scuola materna, così come altri miei compagni. Una volta arrivati sul posto, ci siamo nuovamente divisi in gruppetti da due o tre persone, così da poter essere sistemati nelle varie classi. Io e un'altra mia compagna abbiamo deciso di esaminare la classe "arancione" (ogni sezione era associata ad un determinato colore) che comprendeva bambini di quattro anni. La sezione era composta da venticinque alunni, molti dei quali erano bambini stranieri. Questi ultimi erano ben integrati all'interno della classe e facevano un uso abbastanza corretto della lingua italiana relativamente alle capacità della loro età, come avveniva del resto anche per i bambini non stranieri. Infatti, all'età di quattro anni, i bambini fanno già ampio uso di frasi complesse, di subordinate e cominciano a comprendere e mettere in pratica le regole grammaticali; bisogna tenere in considerazione, però, che a quest'età si cade ancora facilmente in errori grammaticali, specie quando il bambino incontra delle “eccezioni linguistiche” che non sa riconoscere. Ad esempio, una mattina un bambino mi ha detto: "Ho tutti i diti sporchi di colore"; questo fenomeno viene definito "sovrageneralizzazione della regola", ed indica il caso in cui si tende ad applicare la regola più comune, in questo caso della formazione del plurale, a tutti i casi. Ho potuto anche osservare come i bambini non riescano a pensare che possa esistere un'altra interpretazione della realtà al di fuori della loro; complice di questa condizione è certamente l'egocentrismo, tipico di questa età, che influenza il modo di pensare a tal punto da limitare la mente ad un'unica e rigida visione. A tal proposito, una mattina una bambina mi ha detto: "Tu e la Giulia siete le nostre maestre"; e io le ho risposto che no, non eravamo noi le loro maestre, ma la bimba ha ribattuto dicendo: "Sì, invece, perché voi ci avete dato i fogli per disegnare e quindi siete le nostre maestre". Per quanto riguarda il gioco e lo stare insieme, si poteva notare come i bambini e le bambine tendessero a formare due gruppi distinti, anche se durante le attività questa differenza non era poi così netta; per favorire l'interazione tra i due sessi, le maestre tendevano ad alternare un maschio e una femmina quando i bambini si sedevano per cantare. Nel gioco libero veniva, solitamente, a crearsi in leader all'interno dei vari gruppetti di gioco, che coordinava e dava le disposizioni agli altri compagni. Vi erano anche però molti bambini e bambine che preferivano starsene in disparte da soli a colorare. La maggior parte del tempo dedicato alle attività veniva usato per disegnare ciò che di particolare avveniva durante la giornata, come, ad esempio, la festa di Carnevale e l'ora di musica. Personalmente, ritengo che, obbligando il bambino a disegnare sempre una determinata cosa, lo si privasse dello stimolo per farla al meglio. Ogni giorno veniva estratto un bambino, il quale veniva nominato, anche per un solo giorno, “il nuovo capo-classe”. Quest'ultimo aveva diversi compiti, due dei quali consistevano nel colorare in un calendario il giorno corrispondente ed aprire la fila per andare a pranzo. Queste mansioni, pur nella loro semplicità, servivano al bambino per sviluppare il senso di responsabilità, anche nei confronti degli altri compagni. Un altro aspetto che ho potuto notare è il fatto che ogni giorno le maestre cercavano di mantenere una certa routine; infatti, il momento della merenda e delle altre varie attività venivano suddivisi in maniera ordinata e accurata, seguendo ogni giorno gli stessi orari, non solo per una questione di organizzazione, ma anche per trasmettere al bambino sicurezza. Ho trovato questa esperienza molto interessante, anche perché ho avuto modo di mettere in pratica ed ampliare le mie conoscenze sulle teorie dello sviluppo del bambino. Chiara Cadamuro

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