Incontri e riflessioni

Una fiamma che può bruciare o illuminare

Scritto da Mattia Calvi, 1AS il 03 Novembre 2010.

L’uomo camminava senza sosta con uno sguardo vuoto, privo di emozioni, verso un corpo senza vita davanti a lui. Il cadavere era coperto di ustioni  e fumava ancora come appena uscito dal forno alla cena del Ringraziamento. Lo sconosciuto lo osservò per un po’, poi prese il telefono. Con un tono basso, quasi per nascondere informazioni segrete, disse: “L’esperimento 17 ha fatto una vittima”. Senza attendere risposta, riagganciò. Uscì dal quel garage buio dove c’era il corpo, e si trovò alla luce. Era un uomo sulla quarantina, con una cicatrice  sull’occhio destro.
La gente che passava non gli donava  nemmeno uno sguardo; del resto era normale a New York… L’uomo salì in una macchina sportiva nera e se ne andò, senza accorgersi dell’ombra che si nascondeva dietro il vicolo buio.
Un’ ora dopo, un uomo di circa 28 anni fu traumatizzato al ritrovamento del corpo nel garage. L’ombra dell’uomo dietro quel vicolo ora stava in un appartamento piccolo, sporco e ricoperto di bruciature.
Era un uomo di venticinque anni al massimo, di carnagione chiara e dai capelli castani e lunghi fino alle spalle. Si chiamava Mark Pyro. Piangeva in cuore e in volto per ciò che aveva fatto. Pensava a ciò che era successo e al fatto che era accaduta una cosa terribile senza che lui ne fosse stato pienamente consapevole. Era l’altro che l’aveva fatto innervosire, minacciandolo e offendendolo!
Intanto, al distretto  di polizia di New York, la scientifica non riuscì a capacitarsi di come fosse stato possibile che le tracce di un incendio fossero solo sul corpo e da nessuna altra parte. Capirono solo che la fiamma era partita dal volto dell’uomo, ormai irriconoscibile.
Pyro si chiedeva perché proprio lui, perché non qualcun altro. Perché aveva ricevuto quello che lui definiva “dono del demonio”?
Aprì la mano, e come per magia sul palmo apparve una fiamma. Mark chiuse gli occhi e si ripeté mentalmente, con lentezza, cosa era successo in quel garage.
L’uomo lo minacciava e lo offendeva solo perché poco prima aveva litigato e quindi era nervoso. A un certo punto lo sconosciuto aveva tirato un pugno a Pyro, che era caduto a terra. Colui che aveva tirato il pugno aveva estratto una sigaretta e preso l’accendino. Aveva cliccato il tasto per far accendere la fiamma. Mark era dolorante ed arrabbiato con quel tale che se l’era presa con lui solo perché per caso si trovava lì. Ricordò che ad un tratto gli si erano illuminati gli occhi di un rosso incandescente  e che la fiamma dell’accendino era improvvisamente esplosa sulla faccia del tizio e poi, in un attimo, l’aveva divorato fino ai piedi. Allora Mark, spaventato, aveva urlato, d’istinto: “Basta!” e le fiamme si erano spente. Tutte. Subito. Ma era troppo tardi.
Uscì di casa e corse fino in chiesa. Rimase a pregare tutta la notte. Non andava in chiesa ormai da anni, forse dodici e forse per questo credeva che ciò che era accaduto e che gli aveva cambiato la vita fosse una punizione inviata da Dio. E poi continuava a porsi  domande su quell’uomo con la cicatrice…
Il parroco, vedendo l’uomo così inquieto, gli chiese: “Figliolo, desideri per caso confessarti?”.Mark rispose senza alzare la testa, come se non osasse guardare negli occhi un uomo del Signore. “Padre – disse - il mio peccato è una condanna divina e non merito misericordia, anche se è ciò di cui sento di avere più bisogno”.
Il parroco non se la sentì di fare uno dei suoi “discorsi” sulla infinita misericordia del suo Dio. Non gli sembrava momento per i “discorsi”, quello. Preferì lasciare a Mark il tempo per pregare e per ritrovare se stesso e si allontanò con discrezione. La notte portava spesso in chiesa le persone che non si sentivano degne di avvicinarsi agli altri fedeli, ai fedeli che in chiesa andavano di giorno. E così quella chiesa era sempre piena di gente addolorata.
Mark era ancora lì, quando iniziò l’alba e fu allora gli venne un dubbio: “E se non fosse una punizione? Se fosse un dono?”. La domanda gli venne spontanea, dopo aver pensato al fuoco. Pensava: “La fiamma simboleggia la speranza nella notte, ma non solo. Il fuoco è purificatore, ma anche portatore di dolore...”
Iniziò, da quel momento, un percorso mentale che durò anni. Cercava di capire quale fosse la sua strada, il suo destino. Non riuscì mai a sentirsi del tutto in pace con se stesso. Non scoprì mai chi fosse l’uomo con la cicatrice, intravisto “quella sera”, ma divenne un misto fra un eremita ed un eroe. Non capì mai l’origine dei suoi poteri, ma imparò, insegnò e incise più volte nella pietra una lezione: “Non è importante da dove deriva un talento; l’importante è come viene usato e dove porta. Il resto è secondario”.

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