Incontri e riflessioni

Un male necessario

Scritto da Silvia Dal Ben, 4CS il 21 Aprile 2011.

Qualche mese fa, con la mia classe (4CS) e un’altra quarta, sono andata al carcere “Due Palazzi” di Padova. Con una ventina di detenuti abbiamo avuto modo di parlare della vita in carcere, del motivo per cui si trovano lì, di come il ‘mondo’ vede i carcerati e di quanto sia importante un percorso di rieducazione.
Dopo aver ascoltato alcune storie di persone che per rabbia o depressione hanno compiuto un reato, abbiamo discusso con loro. Alcuni, al contrario di quello che si potrebbe pensare, assomigliano molto ai nostri professori, ai nostri amici, a noi: spesso, infatti, non sono cresciuti in famiglie diverse dalle nostre. Sono persone, esattamente come noi, che in un momento della vita hanno commesso un grave errore e sono ‘dentro’ per pagare.
Ci hanno raccontato che la maggior parte dei detenuti non ha niente da fare dalla mattina alla sera, mentre qualcuno è impegnato in un lavoro. A questo punto a molti di noi è sorta una domanda: se una persona non fa niente tutto il giorno, come può cercare di diventare una persona migliore? Ecco qual è l’utilità di un percorso di rieducazione, di un lavoro e di qualcosa da fare!
Il problema è che le carceri in Italia sono affollatissime; ad esempio, il carcere di Padova, nonostante sia ritenuto tra i migliori, conta 850 detenuti mentre i posti effettivi sono solo 350!
La discussione è continuata e abbiamo parlato di quando i detenuti escono e tornano ad essere liberi. Qualcuno ha detto che la gente guarda il tipo di reato per cui una persona ha pagato, prima di giudicare; in realtà credo che spesso capiti di essere intimiditi ‘a prescindere’, di fronte ad un ex carcerato. Questo pregiudizio non è del tutto infondato ma ritengo che le persone che abbiamo incontrato meritino, in quasi tutti i casi, una seconda occasione. “In quasi tutti i casi”, ribadisco, perché credo che ci siano reati che non possono essere definiti “sbagli”. Mi riferisco alla pedofilia, agli omicidi seriali e agli stupri, che secondo me non sono perdonabili e non possono nemmeno essere definiti “errori”. Il più delle volte nascono da violenze o traumi che il reo ha subito a sua volta, ma qualcuno deve fermare questo circolo vizioso! Questo, secondo me, è il compito delle carceri: interrompere questo cerchio affinché non diventi infinito.
È vero che anche questi detenuti sono persone, ma è giusto dar loro una seconda possibilità a probabile discapito della società? Io non lo credo, ma non tutti sono stati d’accordo con me. In particolare un detenuto, Franco, ha sostenuto che non bisogna distinguere i reati, creando delle categorie, perché le statistiche dicono che seguendo un percorso di rieducazione, all’uscita dal carcere il detenuto avrà il 19% di probabilità di essere recidivo, mentre, senza un percorso, l’89%.
Io sono d’accordo sul fatto che il percorso fa un’enorme differenza, ma vorrei chiedere a Franco se ha figli e se starebbe tranquillo sapendo che il suo vicino di casa ha abusato di bambini dell’età di suo figlio...
Alcuni detenuti hanno detto che chi si è macchiato di crimini sui bambini, in carcere viene isolato, perché rischia di essere ucciso. La legge stessa, in base al reato, infligge una pena, distinguendo tra reati minori, premeditati, intenzionali… Essa per prima i riconosce e sottolinea la differenza che c’è tra un furto e uno stupro e prevede pene diverse! Le categorie di reato sono effettive e la giustizia si basa su di esse.
È stata una discussione accesa, ed è servita, almeno a me; al contrario di quello che hanno detto altre persone, che avrebbero preferito rimanere a casa.

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