Incontri e riflessioni

Requiem per il poeta

Scritto da Filip Gavran il 29 Marzo 2010.

Volevo essere il primo a vedere l’alba. Avevo trovato un buon posto, situato in alto. Volto al mattino, suonavo la lira, pensando alla mia sorte. Sapevo che il tramonto di quel giorno sarebbe stato anche il mio.
Mi chiamano Orfeo della parola, e il dio che fino a poco tempo prima avevo venerato era ora il primo fra i miei nemici. Dioniso e le sue Menadi mi odiavano perché, dopo essere tornato dagli Inferi da solo, avevo negato il mio amore a tutte le altre donne, e i miei canti alle feste, che non frequentavo nemmeno più.
Per me la vita sarebbe potuta terminare in due modi diversi: la Morte o il Sonno, Thanatos o Hypnos, il soccombere alla verità assoluta oppure il sopravvivere sotto altra forma, il regno degli Inferi o quello dei sognatori.

La mia arte e le mie gesta erano immortali. La lira che tenevo in mano era la prima al mondo, costruita da Ermes per mio padre, e con essa avevo sfidato i regni del silenzio, affinché mi restituissero colei che amavo. Colei che avevo amato.
Il dolore di quel ricordo mi sorprese. Interruppi l’ultima nota a metà. Alle mie spalle sentii i passi gentili di una musa: i suoi piedi s’infiltravano fra i fili d’erba, frusciando. Quel suono era la musica del mondo, poiché lei era mia madre: Calliope dalla bella voce. Il suo sorriso era la luce dell’aurora, il suo respiro il ritmo della rivoluzione degli astri, e dovunque posasse lo sguardo sgorgava il canto.
Quando i nostri occhi s’incontrarono udii le corde vibrare. Mi disse che i gemelli avevano deciso: Hypnos mi avrebbe accolto.
Non avrei rivisto Euridice mai più.
Tuttavia, il reame dei sognatori mi avrebbe consentito di ricreare la mia storia nelle loro menti, compresa la donna per la quale mi ero calato più in basso della vita. Sapevo che non sarebbe stata la vera Euridice, ma per la parte di lei che conoscevo e di cui avevo bisogno sarebbe stato sufficiente.
Avevo trascorso tutta la vita a cantare le gioie dei mortali, tanto da smarrire le mie stesse emozioni. Non potevo guardarmi dentro, perché, mostrando al mondo le sue bellezze, ero diventato lo specchio dell’esistenza. Il Poeta era ormai soltanto il letto del fiume dell’arte.
La verità, mi rammaricai nell’ammetterlo, era che, non essendoci stato un solo giorno in cui non avessi desiderato l’obiettivo ora raggiunto, e avendo speso così tante energie, non avevo nemmeno più la forza di volontà di desiderare Euridice. Una volta realizzati i miei sogni, avevo perso la speranza nelle cose terrene, che tra non molto avrei dovuto lasciare.
A me stesso confessai anche che ciò che avevo detto alle Menadi di Dioniso era stata una menzogna, un atto d’ipocrisia, per speziare il mito. Il mio dramma era che stavo diventando, inesorabilmente, il mio stesso racconto, la mia ombra, l’eco di un canto tra i monti della Tracia.
Dietro di me udii altri passi. Più silenziosi, questi, degni della progenie della Notte. Il figlio del Sonno in persona stava venendo a prendermi, per portarmi via con sé.
Giunse.
Appoggiò le mani sulle mie spalle. Non c’era bisogno che parlasse. Cedetti la lira a mia madre. Non ci fu separazione più dolorosa. Nemmeno quella da Euridice; forse, anzi, probabilmente perché confidavo di poterla riportare indietro.
Cinto dalle ali amarantine di Morfeo, dentro di me cantai i lutti di tutta una vita, e sempre tra le pareti dell’anima, li nascosi.
Infine, intonai la musica del mio essere, il cui suono riecheggia sempiterno tra gli Inferi e l’altissima volta, assolto dalla mia presenza.
Una volta e per tutte, e tutte per una, il mio canto del cigno.
Estremo e supremo.

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