Incontri e riflessioni

Memorie e musica, per non dimenticare

Scritto da Eleonora Duz - 5 AL il 31 Marzo 2010.

“Si salva perché, paradossalmente, i Nazisti amano la musica italiana.” Così viene spiegato lo strano caso di Eno Mucchiutti, un deportato triestino sopravvissuto al campo di concentramento nazista. Dovrebbe essere lui stesso a raccontare la sua storia ai molti studenti che si sono riuniti nell’aula magna dell’ITIS Leonardo Da Vinci di Portogruaro; purtroppo, però, è ammalato.
E’ il 3 febbraio 2010 e a parlare è il curatore del libro “Il cantante del lager”, Marco Coslovich, insegnante, giornalista pubblicista, studioso e ricercatore di storia contemporanea.

La conferenza inizia con la lettura, da parte di due studenti, di alcuni brani tratti dal libro-diario di Mucchiutti. Essi descrivono l’esperienza del lager, in particolare della “scala della morte” di Mauthausen e di “un’esibizione canora” (nel volume il baritono triestino racconta anche di come le sue capacità vocali lo abbiano aiutato e, alcune volte, salvato), ed il successivo ritorno a casa nel giugno 1945.
In seguito prende la parola il professor Coslovich, raccontando le varie fasi del suo lavoro di “raccoglitore di memorie”; durante il primo incontro lascia parlare il deportato liberamente e legge gli eventuali scritti da lui redatti; durante il secondo colloquio cerca invece di scavare più a fondo e di far emergere anche i dettagli dimenticati o rimossi.
La memoria traumatizzata infatti tende a tener segreti alcuni particolari dolorosi e a modificarne altri. Negli stessi resoconti stilati dai prigionieri, molte volte la forma prevale sulla memoria; c’è quasi un tentativo, magari inconscio, di far “bella figura” con il lettore; alcuni sentimenti vengono perciò celati e non si lascia sfogare liberamente la memoria.
Eno Mucchiutti è stato un caso anomalo anche in questo: nel suo libro non si cristallizza sulla forma, ma dà voce ai suoi pensieri più intimi e profondi, ricordando come cercasse di disumanizzarsi, isolandosi all’interno del lager per evitare di legarsi a qualcuno e poi soffrire per la sua perdita. Il deportato triestino, forse abbracciando l’idea di scrittura come terapia, racconta se stesso senza veli, senza bisogno di autogiustificarsi; la sua è una testimonianza diretta, vera.
Nell’ultima parte della conferenza, il professore si rende disponibile a rispondere alle domande degli studenti. Per controbattere ad una di queste, che riguardava la possibilità per un avvenimento simile di ripetersi in quest’epoca (come suggerisce il film “Die Welle - L’onda”) il relatore ha ricordato che la violenza è una componente inscindibile dell’uomo; essa è sempre presente ed è quasi indissolubilmente legata alla necessità di sentirsi accettati, di far parte di un “branco” e soprattutto di avere un nemico comune contro cui rivolgere tutte le frustrazioni e la ferocia. Ciò emerge chiaramente negli stadi.
Un altro quesito riguardava il senso di colpa dei sopravvissuti. Come vivono il fatto di essere usciti da un’esperienza terribile mentre molti loro compagni sono morti? Coslovich risponde richiamando alla memoria le riflessioni di Primo Levi proposte nel romanzo “Se questo è un uomo” e ne “I sommersi e i salvati” e precisa che chi non era capace di disumanizzarsi nel lager, moriva; i prigionieri non erano nelle condizioni di salvarsi l’un l’altro. Aggiunge inoltre, in riferimento anche ai loro carnefici, che il ricordo di un trauma duole comunque: sia che sia stato inflitto, sia che sia stato subito.
L’incontro si conclude una riflessione che riguarda il presente, e cioè il fenomeno del nazismo giovanile, basato principalmente sulla condivisione di momenti adrenalinici e di violenza comune e poi con il proposito di non esorcizzare il passato, ritenendolo qualcosa di superato e lontano da noi, ma di ricordalo sempre.

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