Incontri e riflessioni

Memento

Scritto da Filip Gavran il 29 Marzo 2010.

Un treno scivola accanto al mio, nella direzione opposta, ricordandomi quanto tutto sia relativo. Potrei dubitare di essere in movimento, fissandolo abbastanza a lungo.
Agli umani piacciono le storie. Le amano a tal punto da credere che la vita sia una storia anch’essa, e che abbia un inizio e una fine. Non si rendono conto di essere solo un punto infinito su una linea perfetta. Fine dei tempi. Assurdo.
Nulla si crea, nulla si distrugge.
Guardo l’orologio al polso, mi alzo e punto alla maniglia rossa. La afferro, e seguendo il ritmo della lancetta più sottile, tiro il freno al momento giusto. I binari stridono, l’inerzia sferra tutto quanto in avanti, e il treno si ferma. Le porte si aprono automaticamente.

Salto giù. Ero nel primo vagone. Supero la punta del treno, e cammino accostandomi agli alberi. Lo trovo dietro un pino. È un uomo sulla cinquantina inoltrata, che sbircia i binari da dietro il tronco dell’albero. Ha un’aria afflitta, anche delusa. Suicida, penso, e mi allontano: per lui ho fatto il possibile, almeno per stavolta. Non può vedermi, nemmeno mentre gli passo a un braccio di distanza.
Prendo le scale a zig-zag. La discesa è ripida, così cerco di concentrarmi sugli scalini di metallo; nella visuale tra i condomini, lontani, e i miei piedi, c’è la vertigine.

È un venerdì e sono quasi le cinque del pomeriggio. Come ogni settimana, vado a trovare René. Il suo appartamento è al quarto piano e stavolta l’ascensore è rotto. Corro su per le scale: non vorrei arrivare in ritardo, i suoi tentativi sono puntuali.
Una volta non avevo fatto in tempo, e quando ero arrivato la tizia era già sul fondo della vasca, con l’acqua tutta rossa. Porto ancora il suo orologio, per ricordarmi che il tempo non è mio amico.
Entro nel soggiorno di René e lo trovo già penzoloni dal lampadario. Da non crederci: non si è ancora staccato dal soffitto. Sotto, la sedia giace su un lato.
È ancora vivo. Fisso intensamente la corda, fino a che non si spezza. Lui cade con un tonfo e si fa male a una caviglia.
Prende fiato, si stringe la gamba con entrambe le mani e poi osserva la corda, col cappio ancora intorno al collo.
«Sembra veramente spezzata, non tagliata!»
«Lo sai che non posso lasciarti prove» gli ripeto.
Rimetto la sedia accanto al tavolo della cucina, e mi siedo.
«Però quella l’hai spostata».
«Dimostralo» lo esorto, pacatamente.
«Prima era qui, ora è lì; non è una gran scienza» scherza.
«Ti sei alzato, l’hai rimessa sotto il tavolo e ti sei risieduto in mezzo al tappeto. Oppure la sedia è ancora là, ma tu la vedi qui, con me seduto sopra».
Con un verso mi fa capire che ho vinto anche questo round, e si appoggia sul divano per rialzarsi. Saltella maldestramente fino al bancone della cucina e si accomoda di fronte a me, tenendosi del ghiaccio sulla caviglia.
«Ho sentito il fischio del treno. Eri tu?»
«Sì».
«Quanto vivrà?»
«Cinque anni. Meno, se non prende le medicine».
René riflette per un po’, poi prende fiato e so già cosa segue.
«Non voglio discutere della tua sfida al sistema, anche perché è già... impossibile così com’è. Il mio punto è un altro: se sei caduto, non è più tuo compito né salvarli, né prendere la loro anima e condurla su o giù, vero?» Questa non me l’aspettavo.
«Esatto. Perché?»
«C’era qualcun altro sul treno? Del tuo genere, intendo».
«No».
«Ne sei sicuro?»
«Me ne sarei accorto».
Mi guarda, stringendo le labbra, aspettando che ci arrivi da solo.
«Che cosa?» Non ci arrivo.
«Lo scenario è questo: una persona decide, per libero arbitrio, di suicidarsi. Da lassù mandano qualcuno, te, un tempo, a raccattare la sua anima e portarla via. Però arrivi tu, la salvi, e l’altro angelo se ne torna sulla sua nuvoletta, a mani vuote.
«Se, invece, ci sei solo tu, Lui, o Lei, o Esso non ha mai mandato nessuno, quindi...» alza le sopracciglia.
«Lei non ha mai dovuto morire» concludo «e io sono solo una marionetta nelle mani della Provvidenza».
Il silenzio cala sia tra di noi che nella mia mente.

René conosce la mia storia. Sa che una volta ero l’angelo della morte. In seguito, l’umanità ha assunto la malsana tendenza ad autodistruggersi e i demoni si sono ritirati, quasi disoccupati, a divertirsi all’inferno. Noi ci eravamo specializzati: crescita demografica equivale a meno morti, per un po’, ma poi bisogna rimboccarsi le maniche. Io ero stato assegnato ai suicidi. René sa anche, e qui concordiamo, che secondo me la Provvidenza è in conflitto col libero arbitrio, e se ora ha ragione, be’, ne ho la prova.
«Ha davvero un senso?»
René mi distoglie dai miei pensieri. Quella domanda ce la poniamo in continuazione.
«Non lo so» sono costretto ad ammettere. «Per adesso sì».
«Quando morirò?»
«Venerdì prossimo, alle cinque in punto. Non so che cosa ti inventerai. Dopo la caduta, delle cinque W mi sono rimaste solo who, where e when. Non so perché accadrà e nemmeno i dettagli sul come sono sempre chiari».
«Accade quando si sceglie di tentare di farla finita».
«Sì, ma c’è una storia dietro. Non conosco più quale causa porta alla scelta. Per quanto ne so, potrebbe anche non essere un suicidio, potrebbe caderti l’asciugacapelli nella vasca da bagno, accidentalmente».
René rimane in silenzio per un po’. Alla fine mi alzo e faccio per andarmene, quando mi ferma. Ha gli occhi lucidi.
«Mi hai salvato anche oggi» dice, cercando le parole più adatte. «Una volta eri l’angelo della morte, ora sei l’angelo della vita. Prima o poi il tempo ci porterà via, tutti quanti, e non verremo nemmeno ricordati, perché non ci sarà nessuno a ricordarsi di noi. Per me non fa alcuna differenza sopravvivere un’altra settimana o no. Sai una cosa? Il fatto che tu ci sia ogni venerdì dovrebbe farmi rassegnare, prima o poi, perché vuol dire che la vita puntualmente mi sconfigge. Però a questo punto ci siamo dentro insieme: io non ho cambiato idea, e tu devi portare avanti il tuo piano. Sembriamo avversari, ma la tua battaglia finisce con la mia; insieme possiamo scoprire quali forze muovono davvero il mondo».
La specie si è evoluta parecchio, considero; la loro capacità di astrazione fa sì che possano apprezzare sia la vita che la morte.
«Se il Sistema fosse comandato dall’esterno, la forza in questione rientrerebbe in un insieme ancora più ampio, e allora sarebbe quello il vero Sistema». Spero riesca a comprendermi. Le questioni di una certa portata sono in grado di confondere le loro fragili menti. «È un circolo vizioso, se non si presuppone che tutto si trova all’interno. Pertanto, qualunque forza dev’essere soggetta a restrizioni, e la perfezione è un ideale estremo e inarrivabile. Altrimenti, il Sistema collassa.
«Per nostra fortuna» mi sento in dovere di alleggerire il carico «le regole che ci riguardano sono molto più elementari. La tua ora cade venerdì prossimo alle cinque. Se ti lascio andare, loro ti vengono a prendere e io perdo».
«Amico mio» replica in tono piatto «qui ci siamo sempre solo tu e io». La realtà è come il freno di emergenza: brutale e inaspettata. «Tu mi trattieni in questo mondo» prosegue «e loro non si prendono nemmeno la briga di mandare qualcuno a contrastarti. Tu fai parte del Piano e non c’è modo di evadere».
Capisco come si sente. Non può che rassegnarsi e tentare, venerdì dopo venerdì. Lui non può farci nulla. Io sì. Forse.

La notte seguente, poco lontano da René, un uomo vorrebbe morire di fronte alla banca in cui lavora, alle tre e quarantasei del mattino.
Mi faccio trovare sul tetto dell’edificio dieci minuti prima. Gli altri aspiranti suicidi sono a dormire. Ho deciso di limitare il mio campo di battaglia alla città: non posso salvarli tutti. Ho ben due ore abbondanti prima del prossimo cretino con l’overdose di sonniferi misti ad antidolorifici.
L’uomo arriva dalle scale antincendio, si avvicina al parapetto e ci appoggia un piede. Se ne sta lì, fermo, per un paio di minuti. Ho indovinato: vuole buttarsi. Come ho fatto? Da quanto ho visto, accadrà di fronte alla banca; quelli che si sparano un colpo in testa rimangono in ufficio, o a casa. Un gesto così, invece, è dimostrativo. L’ultima protesta di un uomo schiacciato dalla vita che si è costruito intorno, o che ha lasciato costruire agli altri, mattone per mattone, fino a murarsi vivo.
Le mie sono solo supposizioni, e questo mi riempie di tristezza. Di lui so solo il nome, l’età, il dove, il quando, la presunta causa della sua morte, e che adesso sta guardando i fulmini in lontananza.
Ripenso a quanto mi ha detto René: il tempo mi sconfiggerà, e tutto sarà stato invano. Io prolungo la loro agonia, non offro un motivo per lottare. Forse salvo la loro anima, ma prendo più di quanto do.
In ogni caso, il dubbio che davvero mi corrode è un altro. Se fossi una parte inconsapevole del Piano? In un caso o nell’altro, il libero arbitrio se lo possono mettere in quel posto, se non hanno la possibilità di farla finita.
Mi avvicino al suicida e gli poso una mano sulla spalla. La Volontà ha stabilito - e il fatto che io lo sappia lo prova - che quella piccola persona morirà lì sotto per un forte impatto, tra un minuto. Pensare, ritenere e sostenere il contrario sarebbe blasfemo. Per l’ennesima volta, nel mio animo si illumina una scintilla di blasfemia e spingo l’uomo oltre il parapetto.
Sia fatta la sua volontà. Non la Sua.
Mentre lui perde l’equilibrio, di sotto scorgo una figura familiare, e capisco. Capisco di essere stato manipolato. In un’altra occasione ci sarei stato io, laggiù.
Mi lancio, sfidando le mie vertigini e il Nome; afferro il suicida e spalanco le ali. Mentre sfruttiamo la caduta per prendere il volo, mostro un dito, quel dito, al mio collega.
Stringendolo tra le braccia, lo porto in mezzo alla tempesta, a giocare coi fulmini. Non morirà lì con me, lo so di sicuro.
Volo con lui a una velocità che non ha mai immaginato e sento la sua meraviglia dinanzi alla furia dell’universo. Dura pochi istanti, ma forse, una volta coi piedi per terra, cercherà di descrivere le sue sensazioni agli altri, di dipingere un quadro che non esprimerà mai appieno quella grandezza, o forse farà il possibile per tornare lassù. In ogni caso, continuerà a vivere, perché lo vorrà.
Lo riporto giù, davanti alla banca, e nella mia mente l’ora della sua morte è ancora la stessa. Devo aver trovato una falla nel Piano.
Mi allontano nella notte, e vedo che l’angelo è ancora sullo stesso posto, solo più vicino alla strada.
«Tornatene lassù, qui non hai niente da fare!»
Mi guarda, impassibile, senza dire nulla.
Sa quello che so io: di fronte a quel determinato edificio, alle tre e quarantasei del mattino. Forse crede che il Piano non sia stato cambiato, ma si sbaglia.
Ho sventato un suicidio, ho regalato un desiderio a un uomo che non voleva più vivere. Ho sconfitto il sistema, ho trovato un bug nell’Onnisciente Provvidenza.
Controllo l’orologio. Tre e quarantasei.
Dietro di me, sento l’acuto stridio dei freni di un furgone, e un colpo.

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