Incontri e riflessioni

La nostra scuola entra in carcere, il carcere si confida a noi...

Scritto da Jessica Cari e Gaia Lescarini , 4BS il 07 Febbraio 2011.

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Carcere "Due Palazzi" di Padova
“Ristretti Orizzonti”. Una rivista ed un progetto. Obiettivo: prevenire ulteriori situazioni problematiche.  Aprire spazi di dialogo e di confronto.
Sono stati organizzati ben 158 incontri tra “scuola e carcere”, di cui 66 in carcere. In ogni incontro ci si mette in gioco. Le persone detenute prendono la loro vita e la mettono a disposizione dei ragazzi, per raccontare quanto questa esperienza sia importante e dia un senso del tutto nuovo alla loro esistenza.
Misurarsi con queste storie significa sfatare tantissimi pregiudizi e cercare di capire realmente come stanno i fatti. Incontrare queste persone ed ascoltare le loro storie ci ha infatti aiutato ad andare oltre i classici canoni di “figura-di-detenuto-come-rifiuto-umano”, perché l' incontro che si è tenuto a scuola in merito a questa tematica ha avuto come esito delle considerazioni per noi molto importanti.
Ci siamo accostati a questo momento con curiosità, pronti ad ascoltare testimonianze inaspettate, che si sono rivelate non poi così lontane dalla nostra realtà.
Parlare delle carceri, delle pene, dei comportamenti a rischio, ma soprattutto della vicenda che ha portato “quella persona”  a compromettere la propria vita, non è semplice. Al di là delle singole storie, abbiamo capito che, in sintesi, il messaggio che ciascuno di noi non dovrà più dimenticare è:
“RAGAZZI, DOVETE RAGIONARE SU COME SI ARRIVA A COMMETTERE UN REATO. NON FORMULATE FACILI GIUDIZI. IL MALE E IL BENE NON SI DIVIDONO COSI' FACILMENTE!”.
Sentire le testimonianze dalla viva voce di chi le ha vissute ci costringe a metterci in gioco e ci provoca. Abbiamo quindi tratto che:
Non c'è tempo per l' autocommiserazione.I testimoni lo sanno! Infatti affrontano la situazione che stanno vivendo senza giustificarsi, ma raccontano le loro storie ben consapevoli di aver errato.
Loro non sono mostri, sono persone come noi!Già. Sono persone con le nostre stesse debolezze e fragilità. Sono persone con la volontà di vivere. Esattamente come noi. Potremmo ritrovarci al loro posto senza neppure accorgercene.
Bisogna cercare di capire prima di giudicare. E’ una cosa che stiamo verificando anche all' interno del contesto scolastico. Non bisogna generalizzare mai, ma cercare di comprendere a fondo tutti gli elementi che costituiscono la realtà che abbiamo di fronte.
Certe esperienze cambiano la vita.E’ proprio così che cresciamo, che mutiamo, che diventiamo ogni giorno umanamente più “ricchi”.
Valutiamo i rapporto con i parenti.All' interno della nostra classe sono emerse delle domande molto interessanti; quella più frequente riguardava il rapporto che poteva intercorrere tra detenuto e familiari, fidanzato e fidanzata, o madre in carcere e figlia adolescente da crescere.
Forse perché il rapporto con i familiari è l’ aspetto più vicino alle emozioni. E alla nostra esperienza.
Gli errori possono farci migliorare.Si parte da qui per poter pensare agli errori come occasione per un ripensamento che porti ad una maggiore consapevolezza, ad un nuovo senso di responsabilità.
Tra coloro che hanno partecipato all’incontro che si è svolto a scuola, è stato Andrea, con la sua testimonianza, a creare maggiore coinvolgimento.
TESTIMONIANZA DI ANDREA:
“Undici, dodici anni. Con il fine di  entrare nel gruppo dei più grandi, frequentatori della piazzetta del paese, cominciai a  fumare, sempre di nascosto dai miei. Da qua iniziò la mia doppia esistenza.
Sedici anni. Giovinezza senza entusiasmi. Provai così, quasi per gioco, il mio primo spinello. Convinto della mia capacità di autocontrollo, i miei tiri divennero da inusuali a usuali. Andò a finire che si fumava ogni sera. La sera ‘diversa’,  che doveva essere scandita da questa cosa, divenne quindi una vera  e propria abitudine.
Una sera, la svolta. Tutto divenne più serio. Non si trattava di ‘canne’, bensì di ‘ero’. Provai, giusto per curiosità, ma, visti gli effetti, mi proposi di non provarla mai, mai più.
Diciannove anni. Discoteca. Ecstasy. Sì. Decisi di provare. Mi sentivo in forma e, per restare in forma per ore e ore, avevo bisogno dell' ecstasy. Erano ‘serate’ che, dal sabato notte, finivano alla domenica pomeriggio!
Inverno. Si torna alle origini, a casa di Luca. Solite ‘canne’. Eravamo demotivati, vuoti. Stufi di quella vita. Stufi di quel paese che non ci dava le giuste opportunità. Altra ‘canna’. Altro discorso non produttivo.
Ma, una sera, qualcosa cambiò di nuovo.
Eroina. Tutti concordi. Tutti provammo, e non fu un episodio occasionale.
I primi malesseri quando scemava l’effetto della droga. I primi sintomi dell' astinenza.
Conobbi una ragazza ‘regolare’. Iniziai quindi a ‘farmi’ di nascosto. D' un tratto mi trovai solo.
Per i miei amici le cose si erano sistemate, mentre per me tutto stava peggiorando. Mi iniettavo la ‘roba’ di nascosto, dopo aver portato a casa la mia morosa, dopo il lavoro.
Stavo cadendo sempre più in basso. Evitavo l' astinenza. Ne avevo il terrore. Stavo diventando molto meno responsabile, pieno di dimenticanze, ritardi, sbagli. I soldi non bastavano più, iniziai quindi a chiedere prestiti. Un giorno mi trovai sfatto su una panchina e così mi riportarono a casa, dove i miei genitori mi aspettavano per darmi una mano, sicuri che bastassero delle semplici cure fornite dal medico.
Un giorno riuscii a scappare e in quell' occasione commisi il reato per cui ora sto  pagando con il carcere: uccisi una persona.
Anche se in uno stato mentale assurdo, mi accorsi della gravità dell' accaduto. Scappai, ma dopo qualche giorno fui fermato.
I primi tempi mio fratello si occupò di me: mi stette vicino per le questioni legali e mi aiutò moralmente. Ricordo le ore di colloquio… Ricordo lo sguardo di mio padre… Erano tante le cose da chiarire. Tante. Tranne la mia consapevolezza del fatto. Quella c’è sempre stata tutta.
Mi chiedevo costantemente come fosse potuto accadere… Io che nella mia vita non avevo mai combinato atti vandalici o  fatto del male a nessuno… Come è stato possibile?”.

Dopo aver riportato brevemente la vicenda di Andrea, vorremmo proporre alla nostra e alla vostra attenzione alcune domande su aspetti per i quali sentiamo che TUTTI abbiamo bisogno di riflettere.
Quali sono le situazioni che possono portarci ad uno stato di insicurezza, per cui si finisce con l’oltrepassare certi limiti, frequentare certi giri…?
Il carcere deve essere solo il luogo della detenzione e dunque della privazione della libertà, oppure un luogo che permetta al detenuto di capire perché si trova lì e di iniziare un percorso che lo porti a ‘migliorare’?
Quali esperienze del carcere possono permettere la riabilitazione di chi ha commesso un reato?
I giudizi sono oggettivi? Quale deve essere il peso della pena, rispetto al reato?
Siamo in grado, ora, di dare il giusto valore alla libertà che ci verrebbe tolta nel caso fossimo colpevoli di un reato?
Se una persona fosse appena uscita dal carcere, instaureremmo un rapporto di amicizia o una relazione con lei senza avere pregiudizi?
E’ corretto che venga data una seconda opportunità alle persone che hanno sbagliato?

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