Incontri e riflessioni

Incontri con i detenuti: pensieri e sentimenti

Scritto da Allievi della 4BS il 27 Gennaio 2011.

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Carcere "Due Palazzi" di Padova
In una nebbiosa mattina di gennaio, due classi quarte dell’Istituto Marco Belli di Portogruaro si recano presso il carcere “Due Palazzi” di Padova. È stato programmato un incontro con i detenuti che collaborano al progetto dal titolo “Il carcere entra a scuola, la scuola entra in carcere”, promosso dalla rivista “Ristretti Orizzonti” ( http://www.ristretti.it/). C’era già stato un primo confronto a scuola, circa un mese prima, e noi studenti avevamo potuto sentire le testimonianze di alcuni ex-detenuti e detenuti in permesso.
In carcere, dopo aver superato attenti controlli e vari cancelli, ci troviamo faccia a faccia con i carcerati che fanno parte della redazione della rivista. È presente anche la responsabile, dott.ssa Ornella Favero. I carcerati raccontano la loro storia, parlano di sé, del reato compiuto, delle vittime, delle speranze che vogliono coltivare, del bisogno di confrontarsi con qualcuno, in particolare con i giovani. Dicono che hanno bisogno di capire.
Noi formuliamo qualche domanda, commentiamo, esprimiamo le nostre perplessità o le nostre preoccupazioni, comunichiamo la nostra disponibilità.
Terminato l’incontro, ripercorriamo gli stessi corridoi, recuperiamo le nostre cose lasciate all’ingresso del carcere. Siamo fuori!
C’è l’autobus che ci aspetta e che ci riporta a casa.
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Alcuni di noi studenti durante l'incontro a scuola
Dopo qualche giorno, in classe cerchiamo di recuperare il significato dell’esperienza vissuta e di dare consistenza, attraverso le parole e il confronto, ai sentimenti ed ai pensieri che la visita al carcere ha suscitato.
La prof. mette a tema: “Cosa mi aspettavo dalla visita…”.
Agnese:  Mi ero fatta l’idea che avremmo visitato il carcere, che avremmo visto di più del luogo, della struttura; abbiamo comunque avuto la possibilità di incontrare i carcerati, di parlare con loro. La visita mi incuriosiva: quando si è “fuori” non si ha idea di come possa essere “dentro”; ci sembra un mondo così lontano... Invece, parlando con loro, ti accorgi che poi non è una realtà così distante; mi ha colpito il caso del signore che ha ucciso la moglie. La sua vita era normale, i suoi problemi facevano parte della quotidianità: il lavoro, la malattia… Eppure, in preda ad un raptus si è scagliato contro la famiglia.
Anna: Anch’io pensavo che ci saremmo confrontati di più con la struttura carceraria, per capire come funziona il carcere, come viene gestito. E’ stata comunque un’esperienza positiva.
Alessandro: Il carcere non è un luogo qualsiasi. A vedere l’edificio si rimane impressionati! All’inizio ero tra il preoccupato e l’intimidito: non è come andare allo zoo! Ma una volta entrato ero tranquillo, me stesso.
Riccardo M.: C’è anche una curiosità nei confronti dei carcerati che, commettendo un reato sconvolgono le regole, vanno fuori dalle convenzioni del perbenismo, e questo esercita un certo fascino.
La prof. mette a tema: “L’impatto con la struttura carceraria…”.
Michele: Non mi aspettavo tutti quei cancelli, i corridoi così lunghi; ogni cancello aveva la sua guardia…
Roberta: Tutte quelle misure di sicurezza mi hanno dato fastidio. Capisco che sia una necessità, ma mi sembrava un po’ un’ostentazione. C’era un secondino che scuoteva le chiavi e faceva un rumore spaventoso….
Anna: Beh, cosa ti aspettavi da un carcere?! Io non ho sentito tanto quel problema, non mi sono agitata perché ero in un carcere; era un po’ surreale: non c’erano carcerati in giro, a parte i ragazzi che hanno battuto contro la vetrata quando siamo passati...
Alessandro: Io non mi sono preoccupato per quello: è naturale che dei ragazzi si agitino vedendo passare delle ragazze; succederebbe anche in una scuola tutta maschile….
La prof. mette a tema: “L’incontro con i carcerati…”.
Emanuele: All’inizio mi sembravano persone come noi, estranee al carcere; quando poi hanno raccontato quello che hanno fatto, così, tranquillamente, seduti vicino a noi, non mi faceva paura, mi faceva “strano”.
Samantha: Appena entrata, non li avrei pensati carcerati, se non ce lo avessero detto; soprattutto il direttore di banca… Pensavo fosse un volontario.
Roberta: Secondo me erano più spaventati loro…in imbarazzo; si notava anche dalla postura, dalle braccia chiuse … Ma poi si sono rilassati.
Alessandro: Secondo me erano contenti di vedere delle facce nuove, di avere dei ragazzi con cui fare due chiacchiere. Credo che la visita abbia fatto loro piacere.
Agnese: È logico che fossero più spaventati di noi: eravamo una cinquantina di persone mai viste, loro solo una decina e dovevano parlare delle cose più brutte della loro vita.
Lorenzo: Non sono d’accordo con quello che hai appena detto e che cioè fossero lì solo per fare una chiacchierata: sapevano che dovevano affrontare, magari per la quarantesima volta, il discorso sul reato commesso. Ho notato che non tutti avevano voglia di raccontare; si sono “buttati” solo quelli che stavano davanti. Non so se fossero quelli più coinvolti.
Anna: Si vedeva che Ulderico era ancora tanto toccato da quello che aveva fatto…
Emanuele: È stato bravo a parlare per primo!
Eleonora: Sembrava timoroso, anche con le sue parole, pensava prima di esporre…mentre Filippo era più impulsivo.
Giulia: Anche il fatto che sottolineasse le caratteristiche della famiglia… Anche in una famiglia normale può accadere…
La prof. mette a tema: “Avrei voluto chiedere…”.
Michele: Avrei voluto chiedere cosa si prova quando si ha ucciso qualcuno, ma ho capito che non ne volevano parlare. Anche durante l’incontro con Andrea, a scuola, la testimonianza ha riguardato il “prima”: le circostanze che hanno portato a commettere il delitto.
Chiara: Mi sarebbe piaciuto sapere quali sono i rapporti tra i carcerati, come vivono all’interno del carcere, se c’è la violenza che viene mostrata nei film.
Michele: Avevo già posto questa domanda nella riunione a scuola, ma non mi hanno risposto, magari non vogliono dirlo a noi…
La prof. mette a tema: “Dopo la visita…”.
Agnese: Pensavo al carcere come  a una realtà lontana, che non mi riguarda. Dopo gli incontri, dopo aver ascoltato i carcerati, mi sono resa conto che non siamo così distanti: non possiamo considerarlo un mondo “a parte”.
Giulia: Franco insisteva sulla possibilità di un riscatto sociale; non so se volesse giustificarsi per quello che aveva fatto.
Alessandro: Credo che per quanto una persona sia andata contro la legge, è sempre una persona, ha una vita a cui dare un senso. Se marcisse dentro tutta la vita morirebbe con il rimorso nel cuore. Se hai la prospettiva di uscire, puoi cambiare.
Roberta: Penso volessero dire che la pena si deve scontare, però servono progetti di recupero, anche se per me… non per tutti…
Riccardo S.: Mi è piaciuto l’esempio delle macchine rotte: una macchina quando è rotta la devi mettere a posto, la fai aggiustare. Ancora di più una persona: quando “è rotta” … la devi mettere a posto.
Giulia: Bisogna mettere in conto tante cose per perdonare o no. E’ sbagliato dire che un reato è più pesante di un altro, se hai ucciso… Sono entrata in carcere convinta che dovevano rimanere dentro, che non meritavano aiuto e ne sono uscita con le idee confuse. Penso che debbano essere aiutati, ma non so come…
Lorenzo: Secondo me non è una questione di perdono. Alla fine, quello che secondo me volevano dire era: “Per quanto male abbiamo fatto, lasciateci la possibilità, non di essere perdonati quanto di diventare consapevoli, di renderci conto di cosa abbiamo commesso”. E’ anche per questo che partecipano a questo tipo di attività. Le famiglie delle vittime non perdonano, ma rappresentano un interlocutore reale, permettono di acquisire maggiore consapevolezza del male che si è fatto.
Sofia: Loro hanno parlato di giustizia, non di perdono; il perdono è soggettivo. Neanche lo chiedono, perché è una cosa più grande di loro.
Riccardo S.: Prima o poi usciranno ed è per questo che bisogna offrire delle possibilità di migliorare la propria persona, perché, se rimangono lì dentro nella noia e nell’apatia per degli anni e poi escono, sono peggio di prima.
Michele: Il problema diventa un problema di sicurezza sociale: la nostra sicurezza futura.
Giulia: E’ giusto pagare per quello che si è fatto… Se uno ha ucciso, per me non dovrebbe uscire.
Gaia: Franco ci ha detto che non era giusto fare delle categorie di reati, ma ti viene spontaneo farlo. Un omicidio è più terribile di un reato legato alla tossicodipendenza…
Michele: In America c’è la pena di morte, ma ciò non diminuisce il tasso di criminalità. Il rigore della pena non sembra essere un deterrente al crimine. Quindi non ha tanto senso tenere le persone sempre in carcere.
Lorenzo: Non tutti i casi sono uguali. Come si fa a sapere qual è il giudizio migliore, la pena più giusta?
La conversazione in classe è interrotta dal suono della campanella, ma, dentro di noi, sappiamo che altri pensieri e nuovi sentimenti riemergeranno.

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