Incontri e riflessioni

Il libro in mano, la bomba nell'altra

Scritto da Elisa Tasca il 04 Ottobre 2011.

Mawada, Ines, Anoos, Mohammed, Mustafà non sono semplicemente nomi di persone; sono testimonianze di vita, di una vita che deve essere raccontata. Sono nomi strani e particolari che a stento riusciamo a pronunciare, come a stento riusciamo a immaginare come vivano questi ragazzi.
In Libia per 42 anni c’è stata la dittatura di Gheddafi: niente elezioni  né partiti, nessuna libertà di parola e la repressione del dissenso con la forza. A febbraio di quest’anno le manifestazioni popolari per chiedere libertà e democrazia si sono trasformate in una guerra civile. Durante i cortei molti dei manifestanti, soprattutto giovani, sono rimasti uccisi dalle forze mercenarie di origine africana e serba, che Gheddafi aveva assoldato immaginando che un libico non avrebbe mai ucciso un altro libico.
Ora anche Tripoli è nelle mani degli insorti che tentano di creare un governo di transizione che porti alle elezioni democratiche. Il 19 Marzo, dopo una risoluzione del consiglio di sicurezza dell’ONU, è iniziato l’intervento militare di diversi paesi per proteggere la popolazione libica e gli insorti. Le persone che hanno perso la vita nei sei mesi di rivolta sono circa 50 mila e parte di queste, che magari stavano semplicemente camminando per strada, sono rimaste vittime di colpi sparati a caso dai cecchini. Uno dei testimoni è Mustafà, uno studente di ingegneria che, per partecipare ad un corteo contro il regime, stava tornando dal cimitero di Bengasi, dove aveva aiutato a seppellire un gruppo di giovani assassinati il giorno prima. Davanti alla caserma viene ferito da un colpo di pistola ad un braccio e viene portato in ospedale d’urgenza.
Sono le 14 di un giorno qualsiasi. Da poco è iniziata la scuola e la stanchezza, come la mancanza della routine estiva si fanno sentire.  Avrei potuto pranzare rilassandomi guardando cartoni animati o cercando uno dei tanti folli e futili programmi  che danno in tv. Invece ho guardato e ascoltato attentamente i reportage di “Mtv news”, il telegiornale di MTV, che riportavano le storie dei ragazzi di Bengasi con relative interviste.
Mawada, 20 anni, frequenta l’università e ha studiato all’estero in vari paesi europei. Da quando è scoppiata la guerra, ha abbandonato i suoi interessi per dedicarsi alla rivoluzione. Racconta che le donne non hanno mai potuto manifestare il loro pensiero e la loro posizione e  non era consentito loro alcun tipo di dissenso, anche se ciò valeva anche per gli uomini. Le donne ora si sentono più sicure, possono protestare e manifestare “tranquillamente”. E’ un paradosso sentirsi libere durante una guerra civile, eppure questa – racconta - è la loro condizione.
Madawa e moltissime altre persone stanno svolgendo attività di volontariato e riportano, attraverso foto e video dei manifestanti, tutto ciò che sta accadendo nel loro Paese, cosicché tutto il mondo possa conoscere la realtà. Il loro motto è “Do not believe Gheddafi, he lies. We look forward to freedom , democracy and peace”.
I ragazzi sanno di dover prendere in mano la situazione per tentare di costruire un paese basato su valori che garantiscano una vita serena e libera. Sanno che dovranno ricominciare da zero. Per questo si sono mobilitati attraverso Facebook, stabilendo la data e il luogo delle prime manifestazioni. Poco dopo il regime ha tagliato la rete internet per evitare ogni tipo di contatto possibile tra i dissidenti. Nonostante la paura e la consapevolezza che manifestare comporti un grande pericolo, la gente è unita come non mai per conseguire lo stesso obbiettivo. Le persone, lì, sognano strutture per l’assistenza dei disabili come anche la costruzione di strade e degli edifici andati distrutti. Sognano un governo “normale” e di poter votare e avere quei diritti che da sempre sono stati loro negati. Chiedono ad un futuro governo finanziamenti utili ad incrementare almeno i servizi indispensabili a garantire una vita dignitosa. Le classi, a scuola, sono formate dai 30 ai 50 studenti e le strutture non forniscono l’attrezzatura adatta, nemmeno le sedie.
Ines, 23 anni, è una fisiatra e attivista della Rivoluzione; coopera con Mawada preparando un gruppo di bambini delle scuole elementari e medie per una manifestazione che appoggi la rivoluzione, facendo disegnare loro cartelli e insegnando slogan. Cantano tutti insieme“ No no for Gheddafi. Yes yes for freedom” e scrivono rime a favore della libertà: “From the desert to the sea, Libia Libia would be free”, “Libia Libia raise your voice it’s our time, it’s our choice”, “Red white green black we are taken Libia back”.
Ai bambini viene insegnato come esprimere le loro opinioni e vengono informati su ciò che sta accadendo realmente in Libia in quanto i mass media, anche quelli libici, non riportano la realtà, poiché sono tutti controllati dal regime. Perfino le canzoni trasmesse sono tutte dedicate a Gheddafi!
Madawa si sente di dover rivendicare la “normalità” dei manifestanti che in tutto il mondo, a causa dell’immagine che i mass media danno di loro, vengono considerati dai più dei terroristi. Madawa racconta: “Sono nata il 16 febbraio, quindi quando la rivoluzione è iniziata era il giorno del mio compleanno, ma non ho festeggiato perché non capivo cosa stesse accadendo: pensavo fossero poche le persone che protestavano e che sarebbero state uccise dalle forze governative di Gheddafi”.
Queste persone non si arrendono e continuano a combattere per i loro ideali, vendicando coloro che sono caduti in una guerra contro un male crudele e inconcepibile; contro chi ha fatto vivere loro una vita piena di limiti, priva di libertà; contro chi si è sentito in dovere di negare loro il passato, con odio, sacrifici, restrizioni e obblighi. Escono a manifestare non con il terrore e l’angoscia che per loro potrebbe essere l’ultimo giorno; al contrario, rivendicano la loro libertà cantando, urlando, facendosi forza, stando vicini l’uno all’altro, sorridendo con lo sguardo lieto di coloro che senza abbandonare la speranza credono veramente in ciò che stanno facendo e non cederanno fino al compimento del loro unico ammirabile obbiettivo: la LIBERTÁ.

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