Incontri e riflessioni

Dei Delitti e di Altre Pene

Scritto da Filip Gavran il 24 Maggio 2010.

Portogruaro, 7.5.2010
Egregio signor Beccaria,
Le scrivo per esporle alcune mie modeste opinioni riguardo a ciò che ha dichiarato nel suo trattato “Dei Delitti e delle Pene”.
Sebbene ammiri il suo oltremodo ottimistico tentativo di provvedere al bene della società collettiva e a quello del singolo individuo, trovo che le soluzioni da Lei proposte siano irrimediabilmente fallaci, in quanto fondate su una logica di regressione che non completa il suo percorso.
Mi trova parzialmente d’accordo sulla tesi che una sanzione duratura sia più efficace di una breve, per quanto intensa possa essere alla vista della società.
Ebbene, vi è un deterrente al crimine che si può diluire nel tempo, pur senza il coinvolgimento di un individuo in carne e ossa: il ricordo. Un prigioniero incarcerato a vita non è, come Lei sostiene, un esempio negativo; anzi, il criminale è nascosto agli occhi del mondo civile, che non sa, perché non può, quanto stia soffrendo. Ciò che permane nella mente della parte lesa è solo un perenne, amaro senso d’insoddisfazione. Dopotutto, quali rivolte di schiavi dell’antica Roma vengono ricordate a distanza di secoli: quelle concluse con la restaurazione dell’ordine, oppure quelle tragicamente concluse con la crocifissione dei riottosi e la loro successiva esposizione lungo le strade che portano alla Città?
Quegli spaventapasseri della Legge hanno del disumano, concordo, ma i metodi che Lei propone sono altrettanto inadatti e ingiustificati.
A molti anni dalla sua opera, i cui insegnamenti sono stati applicati da una parte del mondo, è curioso e dolente osservare come i tassi di criminalità non sono stati abbassati dalla sua logica. Al contrario, i Paesi in cui l’autorità è stabile e la pena di morte, purtroppo, è in vigore, presentano la minor quantità di delitti.
Prima di proseguire, occorre riflettere sulle tipologie delle sanzioni: se è vero che un uomo non può interferire col diritto alla vita di un altro, che ne è del diritto alla libertà? Certo, a un crimine deve corrispondere una pena, altrimenti è l’anarchia. Allora quale logica contorta, basata su quali princìpi e valori ipocriti, può permettersi di stabilire quali umane prerogative sono limitabili e quali no?
La natura crea l’esemplare, e gli fornisce il necessario per vivere. Essa sola può decretarne la fine.
La società accoglie la persona alla sua nascita, accettandola come parte di sé. Essa sola può decretarne l’esclusione.
Se la società intende agire nell’interesse dei propri componenti, deve farlo adoperando mezzi che le sono leciti: un criminale va allontanato dall’umanità nella misura in cui l’ha lesa. Se il delitto viene reiterato, allora si è costretti a ricorrere a misure più severe, perché la collettività ha bisogno di essere protetta e salvaguardata.
Immagini un mondo migliore: un luogo da cui un assassino viene esiliato, abbandonato alla natura che ne detiene i diritti, mentre nelle ore più buie si raccontano storie (vere o artefatte, meglio non scoprirlo) della sua fine.

Con ammirazione,

Filip Gavran

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